Del reame della Tana
T
ana è anche uno grande reame, e sono simiglianti a questi di sopra, ed ànno anche loro re. Qui non à spezie, àcci incenso, ma non è bianco, anzi è bruno, e fassine grande mercatantia. Qui si à bucherame e bambagia assai. Li mercatanti recano qui oro e ariento, rame e di quelle cose di che vi bisogna, e portane delle loro. Ancora escono di qui molti corsari per mare, e fanno grande danno a' mercatanti; e questo è per la volontà del loro segnore. E fa il re questo patto con loro, che li corsari li danno tutti li cavalli che pigliano, ché molti vi ne passano, perciò che in India si ne fa grande mercatantia, sicché poche navi vanno per l'India che no menino cavagli; e tutte l'altre cose sono de li corsali. Or ci partiamo di qui, ed andiamo in una contrada che si chiama Canbaet.


Del reame di Canbaet
C
anbaet si è ancora un altro grande reame, ed è simile a questo di sopra, salvo che non ci à corsali né male genti. Vivono di mercatantia e d'arti, e sono buona gente. Ed è verso il ponente, e vedesi meglio la tramontana. Altro non ci è che ci sia da ricordare. Diròvi d'un reame ch'à nome Chesmancora.


Dello reame di Chesmancora
C
hesmancora è uno reame ch'ànno loro re e divisato linguaggio; ed anche sono idolatri; ed è reame di molte mercatantie. E' vivono di riso e di carne e di latte. Questo reame è d'India. E sapiate che da Mabar infino a qui è de la magiore India e de la migliore; e le terre e' reami che noi v'abiamo contato sono pure quelle di lungo il mare, ché a contare quelle della terra ferma sarebbe troppo lunga mena. Vo'vi dire d'alquante isole che sono per l'India.


D'alquante isole che sono per l'India
L
' isola che si chiama Malle è nell'alto mare bene 500 miglia verso mezzodie, partendosi da Chesmancora. Questi sono cristiani battezzati e tengono legge del Vecchio Testamento, che mai non tocherebbero femina pregna e, poscia ch'à partorito, a 40 dí. E dicovi che in questa isola no stae veruna femina, ma istanno in un'altra isola che si chiama Femele, che v'è di lungi 30 miglia. E li uomini vanno a questa isola ove stanno queste femine, e istanno co loro 3 mesi dell'anno, ed in capo di 3 mesi tornano a l'isola loro, e quivi si fanno loro uttulità 9 mesi. In questa isola nasce l'ambra molta fina e bella. Questi vivono di riso e di carne e di latte. E' sono buoni pescatori, e seccano molti pesci, sicché tutto l'anno n'ànno assai. Qui non à signore, salvo ch'ànno uno vescovo ch'è sotto l'arcivescovo di Scara. E perciò no stanno tutto l'anno colle loro donne, perché non avrebbero da vivere. Li loro figliuoli istanno co le madri 14 anni, e poscia il maschio si ne va col padr'e la femina sta colla madre. Qui non trovamo altro da ricordare; partimoci ed andamone a l'isola di Scara.


Dell'isola di Scara
Q
uando l'uomo si parte da queste due isole, sí va per mezzodí 500 miglia e trovasi l'isola di Scara. Questa gente sono anche cristiani battezzati, ed ànno arcivescovo. Qui si à molta ambra. Elli ànno drappi di bambagia buoni e altre mercatantia; e sí ànno molti pesci salati e buoni. Egli vivono di riso e di carne e di latte, e vanno tutti ignudi. Qui vanno molte navi di mercatantia. Questo arcivescovo non à che fare col papa di Roma, ma è sottoposto a l'arcivescovo che sta a Baldac. Questo arcivescovo che sta a Baldac manda piú vescovi ed arcivescovi per molte contrade, come fa il papa di qua; e tutti questi cherici e parlati ubidiscono questo arcivescovo come papa. Qui vengono molti corsari a vendere loro prede, e vendolle bene; costoro le comperano anche bene, perciò che sanno che questi corsari no rúbaro se non saracini e idolatri, e non cristiani. E quando questo arcivescovo di Scara muore, conviene che ci vegna di Baldac. Questi sono buoni incantatori, ma l'arcivescovo molto li contrada, ché dice ch'è peccato, ma costoro dicono che li loro antichi l'ànno fatto, e perciò lo vogliono eglino anche fare. Diròvi di loro incantesimi. Se una nave andasse a vela, forte, eglino farebbero venire vento in contradio, e farebberla tornare adrietro; e sí fanno venire tempesta nel mare quand'e' vogliono, e fanno venire quale vento vogliono; e sí fanno altre cose maravigliose che non è buono a ricordare. Altro non ci à ch'io voglia ricordare; partimoci quinci ed andamo nell'isola di Madegascar.


Dell'isola di Madegascar
M
andegascar si è una isola verso mezzodí, di lungi da Scara intorno da 1.000 miglia. Questi sono saracini ch'adorano Malcometo; questi ànno 4 vescovi - cioè 4 vecchi uomini -, ch'ànno la signoria di tutta l'isola. E sapiate che questa è la migliore isola e la magiore di tutto il mondo, ché si dice ch'ella gira 4.000 miglia. E' vivono di mercatantia e d'arti. Qui nasce piú leofanti che in parte del mondo; e per tutto l'altro mondo non si vende né compera tanti denti di leofanti quanto in questa isola ed in quella di Zaghibar. E sapiate che in questa isola non si mangia altra carne che di camelli, e mangiavisene tanti che non si potrebbe credere; e dicono che questa carne di camelli è la piú sana carne e la migliore che sia al mondo. Qui si à grandissimi àlbori di sandali rossi, ed ànnone grandi boschi. Qui si à ambra assai, perciò che in quello mare àe assai balene e capodoglie; e perché pigliano assai di queste balene e di queste capodoglie si ànno ambre assai. Elli ànno leoni e tutte bestie da prendere in caccia, e uccelli molti divisati da' nostri. Qui vengono molti navi, e recano e portano molta mercatantia. E sí vi dico che le navi non possono andare piú verso mezzodie che infino a questa isola ed a Zanghibar, perciò che 'l mare corre sí forte verso il mezzodí, ch'a pena si ne potrebbe tornare. E sí vi dico che le navi che vengono da Mabar a questa isola, vengono in 20 dí, e quando elle retornano a Mabar, penano a ritornare 3 mesi; e questo è per lo mare che corre cosí forte verso il mezzodí. Ancora sappiate che quelle isole che sono cotanto verso il mezzodí, le navi non vi vanno voluntieri per l'acqua che corre cosí forte. Dicomi certi mercatanti che vi sono iti, che v'à uccelli grifoni, e questi uccelli apaiono certa parte dell'anno, ma non sono cosí fatti come si dice di qua, cioè mezzo uccello e mezzo lione, ma sono fatti come aguglie, e sono grandi com'io vi dirò. Egli pigliano l'alifante e pòrtallo su in aire, e poscia il lasciano cadere, e quelli si disfa tutto, poscia si pasce sopra lui. Ancora dicono quelli che l'ànno veduti, che l'alie sue sono sí grandi che cuoprono 20 passi, e le penne sono lunghe 12 passi, e sono grosse come si conviene a quella lunghezza. Quello ch'io n'ò veduto di questi uccelli, io il vi dirò in altro luogo. Lo Grande Kane vi mandò messaggi per sapere di quele cose di quell'isola, e preserne uno, sicché vi rimandò ancora messaggi per fare lasciare quello. Questi messaggi recarono al Grande Kane uno dente di porco salvatico che pesòe 14 libbre. Elli ànno sí divisate bestie e uccelli ch'è una maraviglia. Quelli di quella isola sí chiamano quello uccello ruc, ma per la grandezza sua noi crediamo che sia grifone. Or ci partiamo di questa isola, ed andamo in Zaghimbar.


Dell'isola di Zachibar
Z
aghibar è una isola grande e bella, e gira bene 2.000 miglia; e tutti sono idolatri, ed ànno lor re e loro linguaggio. La gente è grande e grossa, ma dovrebbero essere piú lunghi, a la grossezza che elli ànno, ché sono sí grossi e sí vembruti che paiono gioganti, e sono sí forti che porta l'uno carico per 4 uomini; e questo non è maraviglia, ché mangia l'uno bene per 5 uomini. E' sono tutti neri e vanno ignudi, se no che si ricuoprono loro natura; e sono li capegli tutti ricciuti. Elli ànno grande bocca e 'l naso rabuffato in suso, e le labre e li anare grosse ch'è maraviglia, che chi li vedessi in altri paesi parebbero diavoli. Elli ànno molti leofánti e fanno grande mercatantia di loro denti; elli ànno leoni assai d'altra fatta che li altri, e sí v'à lonze e leopardi assai. Or vi dico ch'elli ànno tutte bestie divisate da tutte quelle del mondo; ed ànno montoni e berbíce d'una fatta e d'uno colore, che sono tutti bianchi e la testa è nera; ed in tutta questa isola non si troverebbero d'altro colore. E sí ànno giraffe molte belle, e sono fatte com'io vi dirò. Elle ànno corta coda, e son alquante basse dirieto, ché le gambe di drieto sono piccole, e le gambe dinanzi e 'l collo si è molto alto e grande: alt'è da terra bene 3 passi. E la testa è piccola, e non fanno niuno male; ell'è di colore rosso e bianco a cerchi, ed è molta bella a vedere. Lo leofante giace colla leofantessa siccome fa l'uomo co 'la femina, cioè che stae rovescio, perché àe la natura nel corpo. Qui si à le piú sozze femine del mondo, ch'elle ànno la bocca grande e 'l naso grosso e corto, le mani grosse 4 cotante che l'altre. Vivono di riso e di carne e di latte e di datteri; non ànno vino di vigne, ma fannolo di riso e di zucchero e di spezie. Qui si fa molte mercatantie, e molti mercatanti vi recano e portane. Ancora ànno ambra assai, perché pigliano molte balene. Li uomini di questa isola sono buoni combattitori e forti, e non temono la morte. E' non ànno cavagli, ma combattono in su i camelli e in su' leofanti; e fanno le castella in su' leofanti, e istannovi su da 12 uomini a 20, e combattono co lance e con ispade e con pietre, e sono molto crudele battaglie le loro. E quando vogliono menare i leofanti a battaglie, sí danno loro a bere molto vino, e vannovi piú voluntieri, e sono piú orgogliosi e piú fieri. Qui sí no v'à altro da dire. Diròvi ancora alcuna cosa de l'India, ché sappiate ch'io non v'ò detto de l'India se non l'isole maggiori e le piú nobile e le migliori, ché a contarle tutte non si potrebbe fare, ché troppo sarebbe grande mena. Ché, secondo che dicon li savi marinari che vanno per l'India e secondo che si truova iscritto, l'isole de l'India, tra l'abitate e le no abitate, sono 12.700. Ora lasciamo de l'India maggiore, ch'è da Mabar infino a Chesmancora, che sono 13 reami grandissimi, dei quali v'abiamo contati di 9. E sappiate che l'India minore si è da Cianba infino a Montifi, che v'à 8 grandi reami. E sappiate ch'io non v'ò ditto di quelli de l'isole, che sono ancora grandi quantità di reami. Udirete de la mezzana India, la quale è chiamata Anabascie.


Della mezzana India chiamata Nabasce
N
abascie si è una grandissima provincia, e questa si è la mezzana India. E sappiate che 'l maggiore re di questa provincia si è cristiano, e tutti li altri re de la provincia si sono sottoposti a lui i quali sono 6 re: 3 cristiani e 3 saracini. Li cristiani di questa provincia si ànno tre segnali nel volto: l'uno si è da la fronte infino a mezzo il naso, e uno da catuna gota. E questi segni si fanno con ferro caldo: che, poscia che sono battezzati ne l'acqua, sí fanno questi cotali segni; e fannolo per grande gentilezza, e dicono ch'è compimento di batesimo. I saracini si ànno pure uno segnale, il quale si è da la fronte infino a mezzo il naso. Il re maggiore si dimora nel mezzo de la provincia; i saracini si dimorano verso Aden, ne la quale contrada messer santo Tommaso convertío molta gente; poscia si ne partío ed andonne a Mabar, colà ove fue morto. E sappiate che in questa provincia d'Abascie si à molti cavalieri e molta gente da arme; e di ciò fa bene bisogno, imperciò ch'egli si ànno grande guerra col soldano d'Aden e con quelli di Nubia e co molta altra gente. Or io sí vi voglio contare una novella ch'avenne al re d'Abascie quando egli volle andare in pellegrinaggio.


D'una novella del re d'Abasce
L
o re d'Abascie si ebbe voglia d'andare in pellegrinaggio al santo sepolcro di Cristo. Ora li convenía passare per la provincia d'Aden, che sono suoi nemici, sí che fue consigliato che vi mandasse uno vescovo in suo luogo, sí ch'egli si vi mandò uno santo vescovo e di buona vita. Ora venne questo vescovo al Santo Sipolcro come pellegrino, molto orevolemente co molta bella compagnia. Fatta la reverenza al Santo Sipolcro che si convenía e fatta l'oferta, sí si misero a ritornare a loro paese. E quando furo giunti a' Aden e 'l soldano l'ebbe saputo chi questo vescovo era, e per dispetto del suo segnore sí l'ebbe fatto pigliare, e disseli che volea ch'egli divenisse saracino. Questo vescovo, sí come santo uomo, disse che no ne farebbe nulla. Alora il soldano sí comandò che per forza si li fosse fatto uno segnale nel volto come si fanno a' saracini, e fatto che fue, lasciollo andare. Quando questo vescovo fue guarito sí ch'elli potéo cavalcare, sí si mosse a venire e tornò al suo re. Quando lo re lo vide tornato, sí ne fue molto alegro e domandò del Santo Sipolcro e di tutte le cose; e quando egli seppe come per suo dispetto il soldano l'avea cosí concio, si volle morire di dolore, e disse che questa onta vendicherebbe egli bene. Alora si fece il re bandire grandissima oste sopra la provincia d'Aden. Fatto l'aparecchiamento, sí si mosse il re co tutta la gente, e sí fece grandissimo danno al soldano e ucisero molti saracini. Quando lo re ebbe fatto tutto il danno che fare potea e che piú no potea fare loro danno, né andare no si potea piú inanzi per le troppe male vie che v'erano, sí si misero a ritornare in loro paese. E sappiate che li cristiani sono asai megliore gente per arme che no sono i saracini; e questo si fue ne li anni Domini 1288. Da che v'abiamo detta questa novella, diròvvi de la vita di quegli d'Abascie. La vita loro si è di riso e di latte e di carne; e sí ànno leofanti: non ch'egli vi nascaro, ma vengonvi d'altre paesi. Nasconvi molte giraffe e molte altre bestie, e sí ànno molte bellissime galline, e sí ànno istruzzoli grandi quasi come asini; e sí ànno molte altre cose, ch'a volerle tutte contare sarebbe troppo lunga mena. Cacciagione e uccellagioni si ànno assai, e sí ànno pappagalli bellissimi e di piú fatte, e sí ànno gatti mamoni e iscimmie asai. Avete inteso d'Abascie; vo'vi dire de la parte d'Aden.


Della provincia d'Aden
L
a provincia d'Aden si à uno signore ch'è chiamato soldano. E' sono tutti saracini, i quali adorano Malcometto, e sono grandi nemici de' cristiani. In questa provincia si à molte cittadi e molte castella, ed è porto ove tutte le navi d'India capitano co loro mercatantie, che sono molte. Ed in questo porto caricano li mercatanti loro mercatantie e mettole in barche piccole, e passano giú per uno fiume 7 giornate; e poscia le traggoro de le barche e càricalle in su camelli, e vanno 30 giornate per terra. E poscia truovano lo mare d'Alexandra, e per quello mare ne vanno le genti infino in Allexandra, e per questo modo e via si ànno li saracini d'Allesandra lo pepe ed altre ispezierie di verso Aden; e dal porto d'Aden si partono le navi, e ritornasi cariche d'altre mercatantie e riportale per l'isole d'India. E sí recano li mercatanti da questo porto medesimo molti belli destrieri e menali per l'isole d'India; e sappiate che uno buono e un bello cavallo si vende bene in India 100 marchi d'ariento. E sappiate che lo soldano d'Aden si à una grandissima rendita de le gabelle ch'elli si à di queste navi e de le mercatantie; e per questa rendita ch'elli si à cosí grande, si è egli uno ricchissimo segnore dei grandi del mondo. E sappiate che, quando il soldano di Babilona venne sopra ad Acri ad oste, lo soldano d'Aden li fece aiuto 30.000 cavalieri e 40.000 camegli. E sappiate che questo aiuto no fece egli per bene ch'egli li volesse, ma solo per lo grande male che egli vòle a' cristiani, ché al soldano di Babilonia no volle egli anche bene. Ora vi lascerò a dire d'Aden, e diròvvi d'una grandissima cità, la quale si è chiamata Escier, ne la quale si à uno picciolo re.


Della città d'Escier
E
scier si è una grande città, ed è di lungi dal porto d'Aden 400 miglia. Ed è sottoposta ad uno conte, lo quale si è sotto il soldano d'Aden; e si à molte castella sotto sé, e sí mantiene bene ragione e giustizia. E' sono saracini, i quali adorano Malcometto. E sí ci à porto molto buono, al quale si capitano molte navi, le quali vengono de l'Indiaco molte mercatantie, e portane di buoni cavalli da due selle. Qui si à molti datteri; riso ànno poco, biada vi viene d'altronde assai. E sí ànno pesci assai, ma si ànno tonni molti, che per uno viniziano si averebbe 2 grandi tonni. Vino si fanno di riso e di zucchero e di datteri. E sí vi dico ch'elli si ànno montoni che non ànno orecchi né foro, ma colà dove debboro essere li orecchi si ànno due cornetti; e sono bestie piccole e belli. E sappiate che danno a' buoi ed a' camegli ed a' montoni ed a' ronzini piccoli a mangiare pesci; e questa si è la vivanda che danno a le loro bestie. E questo è per cagioni che in loro contrada sí non à erba, perciò ch'ella si è la piú secca contrada che sia al mondo. E li pesci di che si pascono queste bestie, sí si pigliano di marzo e d'aprile e di maggio in sí grande quantità ch'è una maraviglia. E seccagli e ripongogli per tutto l'anno, e cosí li danno a loro bestie; veritade si è che le bestie loro vi sono sí avezze che, cosí vivi com'egli escono dell'acqua, sí li mangiano. Ancora vi dico ch'egli si ànno di molti buoni pesci, e fannone biscotto; ch'elli tolgono questi pesci e tagliali a pezzuoli quasi d'una libbra il pezzo, e poscia sí li apiccano e fannoli seccare al sole; e quando sono secchi sí li ripongono, e cosí li si mangiano tutto l'anno come biscotto. Qui si nasce lo 'ncenso in grande quantità e fassine molto grande mercatantia. Altro non ci à da ricordare; partimoci di questa cità ed andamo verso la cità Dufar.


Della città Dufar
D
ufar si è una grande e bella città, ed è di lungi da Escer 500 miglia, ed è verso maestro. E' sono saracini ed ànno per segnore uno conte, e sono sotto il reame d'Aden. Ed ànno anche porto, e sono quasi al modo di questa di sopra di mercatantie. Diròvvi in che modo si fa lo 'ncenso. Sappiate che sono certi àlbori, ne' quali àlbori sí si fa certe intaccature, e per quelle tacche si esce gocciole, le quali s'asodano; e questo si è lo 'ncenso. Ancora per lo molto grande caldo che v'è, si nasce in questi cotali àlbori certe galle di gomme, lo quale si è anche incenso. Di questo incenso e di cavagli che vengono d'Arabbia e vanno in India, sí si fa grandissima mercatantia. Ora vi voglio contare del golfo di Calatu, e come istà e che cittade ella si è.


Della città di Calatu
C
alatu si è una grande cità, ed è dentro dal golfo che si chiama Calatu, ed è di lungi da Dufar 600 miglia verso maestro. Ed è una nobile cità sopra il mare; e tutti sono saracini ch'adorano Malcometto. Qui non à biada, ma per lo buono porto che àe, sí vi capitano molte navi, le quali vi ne recano asai de la biada e de l'altre cose. La cità si è posta in su la bocca del golfo di Calatu, sí che vi dico che veruna nave non vi puote né passare né uscire sansa la volontà di questa città. Partimoci di qui ed andamo ad una città la quale si chiama Curmos, di lungi da Calatu 300 miglia, tra maestro e tramontano. Ma chi si partisse da Calatu e tenesse tra maestro e ponente, anderebbe 500 miglia, e poi troverebbe la cità d'Aquixi. Udirete de la cità di Curmos, ove noi arivamo.


Della città di Curmos
Q
urmos si è una grande città, la quale si è posta in sul mare, ed è fatta quasi come quella di sopra. In questa città si à grandissimo caldo, ch'a pena vi si puote campare, se non ch'egli si ànno ordinate ventiere, le quali recano lo vento a le loro case, né altrimente no vi camperebbono. No vi voglio dire di questa cità piú nulla, però che ci converà tornare qui, ed a la ritornata vi diremo tutti i fatti che noi lasciamo. Diròvi de la Grande Turchia, ove noi intramo.


De la Grande Turchia
T
urchia si à uno re ch'à nome Caidu, lo quale si è nepote del Grande Kane, ché fue figliuolo d'uno suo fratello cugino. Questi sono Tarteri, uomini valentri d'arme, perché sempre mai istanno in guerra ed in brighe. Questa Grande Turchia si è verso maestro, quando l'uomo si parte da Qurmos e passa per lo fiume di Gion, e dura di verso tramontano infino a le terre del Grande Kane. Sapiate che tra Caidu e lo Grande Kane si à grandissima guerra, perché Caidu si vorebbe conquistare parte de le terre del Catai e de' Mangi, ma lo Grande Kane si vuole che lo seguiti, sí come fanno li altri che tengono terra da lui; questi sí nol vuole fare, perché non si fida, e perciò sono istate tra loro molte battaglie. E sí fa questo re Caidu bene 100.000 cavalieri, e piú volte àe isconfitto li cavalieri e li baroni del Grande Kane, perciò che questo re Caidu si è molto prode de l'arme, egli e sua gente. Ora sappiate che questo re Caidu si avea una sua figliuola, la quale si era chiamata in tarteresco Aigiarne, cioè viene a dire in latino 'lucente luna'. Questa donzella si era sí forte che non si trovava persona che vincere la potesse di veruna pruova. Lo re suo padre sí la volle maritare; quella disse che mai non si mariterebbe s'ella non trovasse alcuno gentile uomo che la vincesse di forza o d'altra pruova. Lo re sí l'avea brivelleggiata che ella si potesse maritare a la sua voluntade. Quando la donzella ebbe questo dal re, sí ne fue molto alegra; ed allora si mandò dicendo per tutte le contrade che, se alcuno gentile uomo fosse che si volesse provare co la figliuola de lo re Caidu, si andasse là a sua corte, sappiendo che, quale fosse quegli che la vincesse, la donzella si lo torrebbe per suo marito. Quando la novella fue saputa per ogne parte, ed èccoti venire molti gentili uomini a la corte del re. Ora fue ordinata la pruova in questo modo. Ne la mastra sala del palagio si era lo re e la reina co molti cavalieri e co molte donne e co molte donzelle, ed ecco venire la donzella tutta sola, vestita d'una cotta di zendado molto acconcia: la donzella si era molto bella e bene fatta di tutte le bellezze. Ora convenía che si levasse il donzello, lo quale si volesse provare co lei a questi patti com'io vi dirò: che se 'l donzello la vincesse, la donzella lo dovea prendere e tòrrelo per suo marito, ed egli dovea avere lei per sua moglie; e se cosa fosse che la donzella vincesse l'uomo, si convenía che l'uomo desse a lei 100 cavagli. Ed in questo modo si avea la donna già guadagnati ben 10.000 cavagli. E sappiate che questo non era maraviglia, ché questa donzella era sí bene fatta e sí informata ch'ella parea pure una giogantessa. Ora v'era venuto uno donzello, lo quale era figliuolo del re di Pumar, per provarsi con questa donzella; e menò seco molto bella e nobole compagnia e sí menò 1.000 cavagli, per mettere a la pruova; ma il cuore li stava molto franco di vincere, e di ciò li parea essere troppo bene sicuro. E questo fue nel tempo del 1280. Quando lo re Caidu vide questo donzello, sí ne fue molto allegro, e molto disiderava in suo cuore che questo donzello la vincesse, perciò ch'egli si era un bello giovane e figliuolo d'uno grande re. Ed allora sí fece pregare la figliuola ch'ella si dovesse lasciare vincere a costui. Ed ella sí rispuose e disse: "Sappiate, padre, che per veruna cosa di mondo non farei altro che diritto e ragione". Or èccoti la donzella intrata ne la sala a la pruova: tutta la gente che istava a vedere pregavano che desse a perdere a la donzella, acciò che cosí bella coppia fossero acompagnati insieme. E sappiate che questo donzello si era forte e prode, e non trovava uomo che lo vincesse, né che si potesse co lui ch'egli no lo vincesse d'ogne pruova. Ora si vennero la donzella e 'l donzello a le prese, e furonsi presi insieme a le braccia e fecero una molto bella incominciata; ma poco durò, che 'l donzello si convenne pure che perdesse la pruova. Alora si levò in su la sala lo maggiore duolo del mondo perché questo donzello avea cosí perduto, ch'era uno dei piú belli uomini che vi fosse anche venuto o che mai fosse veduto. Ed alotta si ebbe la donzella questi 1.000 cavagli; questo donzello si partío ed andossine molto vergognoso in sua contrada. E vo' che sappiate che lo re Caidu si menò questa sua figliuola in piú battaglie. E quando ella era a le battaglie, ella si gittava tra li nimici sí fieramente che non era cavaliere sí ardito né sí forte ch'ella nol pigliasse per forsa; e menavalo via, e facea molte prodesse d'arme. Or lasciamo di questa matera, e udirete d'una battaglia, la quale si fue fra lo re Caidu ed Argo, figliuolo de lo re Abaga, segnore del Levante.


D'una battaglia
S
appiate che lo re Abaga, segnore del Levante, si tiene molte terre e molte province, e confina le terre sue con quelle de lo re Caidu: cioè da la parte dell'Albero Solo, lo quale noi chiamamo l'Albero Secco. Lo re Abaga, per cagioni che lo re Caidu non facesse danno a le terre sue, si mandò lo suo figliuolo Argo con grande gente a cavallo ed a piede ne le contrade dell'Albero Solo infino al fiume de Ion, perch'egli guardasse quelle terre che sono a le confini. Ora avenne che lo re Caidu si mandò uno suo fratello, molto valentre cavaliere, lo quale aveva nome Barac, co molta gente, per fare danno a le terre ov'era questo Argo. Quando Argo seppe che costoro viniero, sí fece asembiare sua gente e venne incontro a' nemici; e quando furo asembiati l'una parte e l'altra, li naccari cominciarono a sonare da l'una parte e da l'altra. Alora si fue cominciata la piú crudele battaglia che mai fosse veduta al mondo. Ma pure a la fine Barac e sua gente si non potéo durare, sicché Argo l'isconfisse a cacciògli di là dal fiume. Da che v'abbiamo cominciato a dire d'Argo, diròvvi com'egli si fue preso e com'egli segnoreggiò poscia, dopo la morte del suo padre.


Quando Argo ebbe vinta questa battaglia, una novella sí li venne, sí come lo padre era passato di questa vita. Quando intese questa novella, si ne fue molto cruccioso, e mossesi per venirsene per pigliare la segnoria; ma egli si era di lungi bene 40 giornate. Or avenne che lo fratello che fue d'Abaga, lo quale si era soldano ed era fatto saracino, sí vi giunse prima che giugnesse Argo, ed incontanente si intrò in su la segnoria e riformò la terra per sé. E sí vi trovò sí grandissimo tesoro ch'a pena si poterebbe credere; e sí ne donò sí largamente a li baroni ed a' cavalieri de la terra, che costoro dissero che non voleano mai altro segnore. Questo soldano si facea a tutta gente apiacere. Quando lo soldano seppe che Argo venía co molta gente, sí si aparecchiò co la sua gente e fece tutto suo isforzo in una settimana. E questa gente per amore del soldano andavano molto voluntieri incontro ad Argo per pigliarlo e per uciderlo a tutto loro podere.


Quando lo soldano ebbe fatto tutto suo isforzo, sí si mossero ed andaro incontro ad Argo. E quando fue presso a lui, sí si atendò in uno molto bello piano, e disse a la sua gente: "Segnori, e' ci conviene essere prodi uomini, perciò che noi sí difendiamo la ragione, ché questo regno si fue del mio padre. Il mio fratello Abaga si l'à tenuto tutto quanto a tutta sua vita, ed io sí dovea avere lo mezzo, ma per cortezia sí lile lasciai. Ora, da ch'è morto, si è ragione ch'io l'abbia tutto; ma io sí vi dico ch'io no voglio altro che l'onore de la segnoria, e vostro sia tutto il frutto". Questo soldano avea bene 40.000 di cavalieri e grande quantità di pedoni. La gente rispuose e dissero tutti ch'anderebbero co lui infin' a la morte.


Argo, quando seppe che lo soldano era atendato presso di lui, si ebbe sua gente, e disse cosí: "Segnori e frategli ed amici miei, voi sapete bene che 'l mio padre, infino che e' visse, vi tenne tutti per fratelli e per figliuoli; e sí sapete bene come voi e i vostri padri siete istati co lui in molte battaglie e a conquistare molte terre; e sí sapete bene com'io sono suo figliuolo, e com'egli v'amò assai, ed io ancora sí v'amo tanto quanto il mio cuore. Dunque ben è ragione che voi sí m'aiutiate riconquistare quello che fue del mio padre e vostro, ch'è contra colui che viene contra ragione, e voleci diretare de le nostre terre e cacciare via tutte le nostre famiglie. Ed anche sapete bene ch'egli sí non è di nostra legge, ma è saracino e adora Malcometto; ancora vedete come sarebbe degna cosa che li saracini avessero segnoria sopra li cristiani! Da che voi vedete bene ch'è cosí, ben dovete essere prodi e valentri, sí come buoni fratelli, in aiutare e in difendere lo nostro, ed io abbo isperanza in Dio che noi lo metteremo a la morte, sí com'egli è degno. Perciò sí priego catuno che faccia piú che suo potere non porta, sí che noi vinciamo la battaglia".


Li baroni e' cavalieri d'Argo, quando ebbero inteso e udito lo parlamento ch'avea fatto Argo, tutti rispuosero, e dissero ch'avea ditto bene e saviamente, e fermaro tutti comunemente che voleano anzi morire co lui che vivere sansa lui o che neiuno li venisse meno. Alora si levò un barone e disse ad Argo: "Messer, ciò che voi avete ditto, tutto si è verità, ma sí voglio dire questo: ch'a me sí parebbe che si mandasse ambasciadori al soldano per sapere la cagione di quello che fae e per sapere quello che vòle". E sí fue fermo di fare. Quando ebbero cosí fermato, ed eglino sí fecero due ambasciadori ch'andassero al soldano ad isporregli queste cose, come tra loro non dovea essere battaglia, perciò ch'erano una cosa, e che 'l soldano si dovesse lasciare la terra e renderla ad Argo. Lo soldano rispuose a li ambasciadori, e disse: "Andate ad Argo, e sí li dite ch'io lo voglio tenere per nepote e per figliuolo, sí com'io debbo", e che li volea dare segnoria che si convenisse, e che stesse sotto lui; ma non volea ch'egli fosse segnore: "e se cosí non vòle fare, sí li dite che s'aparecchi de la battaglia". una cosa, e che 'l soldano si dovesse lasciare la terra e renderla ad Argo. Lo soldano rispuose a li ambasciadori, e disse: "Andate ad Argo, e sí li dite ch'io lo voglio tenere per nepote e per figliuolo, sí com'io debbo", e che li volea dare segnoria che si convenisse, e che stesse sotto lui; ma non volea ch'egli fosse segnore: "e se cosí non vòle fare, sí li dite che s'aparecchi de la battaglia".


Argo, quando ebbe intesa questa novella, si ebbe grande ira, e disse: "Non ci è da dire piú nulla". Allora si mosse con sua gente, e fue giunto al campo dove la battaglia dovea essere. E quando furono aparecchiati l'una parte e l'altra, e li naccari cominciaro a sonare da catuna parte, alora si cominciò la battaglia molto forte e molto crudele da catuna parte. Argo fece lo dí grandissima prodezza, egli e sua gente, ma no gli valse; tanto fue la disaventura che Argo si fue preso e perdéo alora la battaglia. Lo soldano si era uomo molto lusorioso, sí che si pensò di ritornare a la terra e di pigliare molte belle donne che v'erano. Alora si partío, e lasciò uno suo vicaro ne l'oste, ch'avea nome Melichi, che dovesse guardare bene Argo; e cosí se n'andò a la terra, e Milichi rimase.


Ora avenne che uno barone tartaro, lo quale era aguale sotto il soldano, vide lo suo segnore Argo, lo quale dovea essere di ragione. Venneli un grande pensiero al cuore, e l'animo li cominciò molto a enfiare, e dicea fra se istesso che male li parea che suo segnore fosse preso; e pensò di fare suo podere sí ch'egli fosse lasciato. Ed alora cominciò a parlare con altri baroni de l'oste; e catuno parea che fosse in buono animo di volersi pentere di ciò ch'aveano fatto. E quando furono bene acordati, uno barone ch'avea nome Boga si fue cominciatore; e levaronsi suso tutti a romore, ed andarono a la pregione dove Argo era preso, e dissergli come s'erano riconosciuti, e ch'aveano fatto male, e che voleano ritornare a la misericordia e fare e dire bene, e lui tenere per segnore. E cosí s'acordaro, ed Argo perdonò loro tutto ciò ch'eglino aveano fatto contra di lui. Ed incontanente si mossero tutti questi baroni, ed andarono al padiglione dov'era Milichi, lo vicaro del soldano, ed ebborlo morto. Ed alora tutti quelli de l'oste sí confermaro Argo per loro diritto segnore.


Di presente giunse la novella al soldano come lo fatto era istato e come Milichi suo vicaro era morto. Alora, com'ebbe inteso questo, si ebbe grande paura, e pensossi di fuggire in Babbilona, e misesi a partire con quella gente ch'avea. Uno barone, lo quale era grande amico d'Argo, si istava ad uno passo, e quando lo soldano passava, e questo barone sí l'ebbe conosciuto, ed imantenente li fue dinanzi in sul passo ed ebbelo preso per forza; e menollo dinanzi ad Argo a la cità, che v'era giunto già di tre giorni. Argo, quando lo vide, sí ne fue molto alegro, ed imantenente si comandò che gli fosse data la morte sí come traditore. Quando fue cosí fatto, e Argo si mandò uno suo figliuolo a guardare le terre da l'Albero Solo, e mandò co lui 30.000 di cavalieri. A questo tempo che Argo intrò ne la segnoria, corea anni Domini 1285, e regnò segnore 6 anni; ed in capo di questi 6 anni si fue avelenato, e cosí morío. Morto che egli si fue Argo, uno suo zio si entrò su la segnoria, per cagione che lo figliuolo d'Argo si era molto da la lunga. E' tenne la segnoria 2 anni, ed in capo de li due anni si fue anche morto di beveraggio. Ora vi lascio qui, ché non ci à altro da dire, e diròvvi uno poco de le parti di verso tramontana.


Delle parti di verso tramontana
I
n tramontana si à uno re ch'è chiamato lo re Conci. E' sono Tartari; questi sono genti molto bestiali. Costoro si ànno uno loro dominedio, ed è fatto di feltro, e chiamalo Nattigai, e fannogli anche la moglie, e dicono che sono i dominedii terreni che guardano tutti i loro beni terreni. E cosí li danno da mangiare, e fanno a questo cotale iddio secondo che fanno li altri Tarteri, li quali v'abbiamo contato adietro. Questo re Conci è de la schiatta di Cinghi Kane ed è parente del Grande Kane. Questa gente non ànno né cità né castella, ma sempre istanno in piani od in montagne. E' sono grande gente de le persone, e vivono di latt'e di bestie e di carne; biada non ànno. E non sono gente che mai facciano guerra ad altrui, anzi istanno tutti in grande pace. Eglino si ànno molte bestie, ed ànno orsi che sono tutti bianchi e sono lunghi 20 palmi, ed ànno volpi che sono tutte nere, e sí ànno asini salvatichi assai. Ancora si ànno giambelline, cioè quelle donde si fanno le care pegli, che una pelle da uomo vale bene 1.000 bisanti; vai ànno assai. Questo re si è di quella contrada ove i cavagli non possoro andare, perciò che v'à grandi laghi e molte fontane, e sonvi ghiacci sí grandi che non vi si puote menare cavallo. E dura questa mala contrada 13 giornate; ed in capo di catuna giornata si à una posta, dove albergano li messi che passano e che vengono; ed a catuna di queste poste si istanno 40 cani, li quali istanno per portare li messaggi da l'una posta a l'altra, sí come io vi dirò. Sappiate che queste 13 giornate si sono tra due montagne, e tra queste due montagne si à una valle, ed in questa valle à sí grande lo fango e lo ghiaccio che cavallo non vi potrebbe andare. Eglino sí ànno ordinate tregge sanza ruote, ché le ruote non vi potrebbero andare, perciò ch'elle si ficherebbero tutte nel fango, e per lo ghiaccio corerebbero troppo. In su questa treggia si pongono uno cuoio d'orsa, e vannovi suso questi cotali messaggi; e questa treggia si menano 6 di questi cani, e questi cani sí sanno bene la via, e vanno infino a l'altra posta. E cosí vanno di posta in posta tutte queste 13 giornate di questa mala via; e quelli che guarda la posta sí monta su un'altra treggia e ménali per la migliore via. E sí vi dico che gli uomini che stanno su per queste montagne sono buoni cacciatori e pigliano di molte buone bestiuole, e si ne fanno molto grande guadagno, sí come sono giambellini e vai ed ermellini e coccolini e volpi nere ed altre bestie assai, donde si fanno le care pegli. E pigliale in questo modo, che fanno loro reti che no vi ne puote campare veruna. Qui si à grandissima freddura. Andamo piú inanzi, e udirete quello che noi sí trovamo, ciò fue la valle iscura.


La valle iscura
A
ndando piú inanzi per tramontana, sí trovamo una contrada ch'è chiamata Iscurità. E certo ella sí à lo nome bene a ragione, ch'ella si è sempre mai iscura: qui si non apare mai sole né luna né stella; sempre mai v'è notte. La gente che v'è vi vive come bestie. E' non ànno segnore, se non che li Tartari sí vi mandano talvolta com'io vi dirò: che li uomini che vi vanno si tolgono giomente ch'abbiano poledri dietro, e lasciano li poledri di fuori da la scurità, e poscia si vanno rubando ciò ch'e' possono trovare; e poscia le giomente si ritornano a' loro poledri di fuori da la scurità. Ed in questo modo riede la gente che vi si mette ad andare. Questa gente si ànno molte pelli di quelle care ed altre cose assai, perciò ch'egli sono maravigliosi cacciatore, ed amassano molte di quelle care pegli ch'avemo contato di sopra. La gente che vi dimora ad abitare sono gente pallida e di male colore. Partimoci di qui, ed andamo a la provincia di Rossia.


Della provincia di Rossia
R
ossia si è una grandissima provincia verso tramontana. E' sono cristiani e tengono maniera di greci; ed àvvi molti re, ed ànno loro linguaggio. E no rendono trebuto se non ad uno re dei Tarteri e quello è poco. La contrada si à fortissimi passi a entrarvi. Costoro non sono mercatanti, ma sí ànno asai de le pelli ch'avemo ditto di sopra. La gente si è molto bella, i maschi e le femine, e sono bianchi e biondi, e sono semprice gente. In questa contrada si à molte argentiere, e càvane molto argento. In questo paese non à altro da dire. Diròvvi de la provincia la quale à nome Lacca, perché confina co la provincia di Rossia.


Della provincia di Lacca
Q
uando noi ci partimo da Rossia, sí 'ntramo ne la provincia di Lacca. Quivi si trovano gente che sono cristiani e gente che sono saracini. Non ci à quasi altra novità che abbia. da quelle di sopra, ma vogliovi dire d'una cosa che m'era dimenticata de la provincia di Rossia. In quella provincia si à grandissimo freddo, ch'à pena vi si puote iscampare; e dura infino al mare Oziano. Ancora vi dico che v'à isole ove nascono molti girfalchi e molti falconi pellegrini, i quali si pòrtaro per piú parti del mondo. E sappiate che da Rossia ad Orbeche si no v'à grande via ma, per lo grande freddo che v'è, sí non si puote bene andare. Or vi lascio a dire di questa provincia, ché non ci à altro da dire; e vògliovi dire un poco dei Tarteri di Ponente e di loro signore e quanti signori ànno avuti.


De' signori de' Tarteri del Ponente
E
li si è uno reame verso ponente, ed è di lungi da Comacci 300 miglie. Qui si à re e sono gente idolatri; e' non fanno trebuto a veruna altra persona. Questo reame non à porto, salvo ch'àe uno grande fiume, il quale àe buone foci. Qui si nasce pepe e gengiove e molti ispezierie. Lo re si è ricco di tesoro, ma no di genti. L'entrata del reame è sí forte ch'a pena vi si puote intrare per fare male. E se alcuna nave capitasse a queste foci, s'ella non venisse prima a la terra, sí la pigliano e tolgogli ogni cosa e dicono: "Dio ti ci mandò perché tu fossi nostra"; né non ne credono avere peccato. E cosí aviene per tutte le province de l'India. E se alcuna nave vi capita per fortuna, sí è presa e tolto ogne cosa, salvo a quelle che capitano ad alcuna terra primamente. E sappiate che le navi di Mangi vi vengoro la state, e quelle d'altra parte, e si caricano in 3 o 4 dí o infino in 8 dí, e vannosene il piú tosto che possono, perciò che non à buono porto, ed èvi molto pauroso lo stare per le piagge che vi sono e per lo sabione. Vero è che le navi di Mangi non temono tanto per le buone ancore de legno, ch'a tutte le fortune tengono bene loro navi. Egli ànno leoni ed altre bestie assai, cacciagioni e uccellagioni assai. Partimoci di qui, e diròvi di Melibar.


Del reame di Melibar
L
o primo signore ch'ebbono gli Tarteri del Ponente si fu uno ch'ebbe nome Frai. Questo Frai fu uomo molto possente e conquistò molte province e molte terre, ch'egli conquistò Rossia e Comania e Alanai e Lacca e Megia e Ziziri e Scozia e Gazarie. Queste furono tutte prese per cagione che non si tenevano insieme, ché s'elle fossero istate tutte bene insieme, non sarebbono istate prese. Ora, dopo la morte di Frai fu signore Patu, dopo Patu si fu Bergo; dopo Bergo Mogletenr; poscia fu Catomacu; dopo costui fu il re ch'è oggi, lo quale à nome lo re Toccai. Ora avete inteso dei signori che sono istati delli Tarteri del Ponente. Vogliovi dire d'una battaglia che fu molto grande tra lo re Alau, signore del Levante, e lo re Bergo, signore del Ponente.


D'una gran battaglia
A
l tempo degli anni Domini 1261 sí si cominciò una grande discordia tra gli Tarteri del Ponente e quegli del Levante. E questo si fu per una provincia, ché l'uno signore e l'altro la voleva, sicché ciascuno fece suo isforzo e suo apparecchiamento in sei mesi. Quando venne in capo degli sei mesi, e ciascuno síe uscíe fuori a campo; e ciascuno avea bene in sul campo bene 300.000 cavalieri bene apparecchiati d'ogni cosa da battaglia, secondo loro usanza. Sappiate che lo re Barga avea bene 350.000 di cavalieri. Or si puose a campo a 10 miglia presso l'uno all'altro; e voglio che voi sappiate che questi campi erano i piú ricchi campi che mai fossono veduti di padiglioni e di trabacche, tutti forniti di sciamiti e d'oro e d'ariento. E cosí istettoro tre dí. Quando venne la sera che la battaglia dovea essere la mattina vegnente, ciascuno confortò bene sua gente ed amonío siccome si conveniva. Quando venne la mattina, e ciascuno signore fu in sul campo, e' feciono loro ischiere bene e ordinatamente. Lo re Barga fece 35 ischiere, lo re Alau ne fece pure 30, perché avea meno di gente; e ogni ischiera era da 10.000 uomeni a cavallo. Lo campo era molto bello e grande, e bene faceva bisogno ché giammai non si ricorda che tanta gente s'asembiasse in sun un campo; e sappiate che ciascuna gente erano prodi ed arditi. Questi due signori furono amendue discesi della ischiatta di Cinghy Kane, ma poi sono divisi, ché l'uno è signore del Levante e l'altro del Ponente. Quando furono aconci l'una parte e l'altra e gli naccheri incominciarono a sonare da ciascuna parte, allora fu cominciata la battaglia colle saette. Le saette cominciarono ad andare per l'aria tante che tutta l'aria era piena di saette, e tante ne saettarono che piú non n'avevano: tutto il campo era pieno d'uomeni morti e di fediti. Poi missoro mano alle ispade: quella era tale tagliata di teste e di braccia e di mani di cavalieri, che giammai tale non fu veduta né udita, e tanti cavalieri a terra ch'era una maraviglia a vedere da ciascuna parte, né giammai non morí tanta gente in un campo, che niuno non potea andare per terra, se no su per gli uomeni morti e fediti. Tutto il mondo pareva sangue, ché gli cavagli andavano nel sangue insino a mezza gamba; lo romore e 'l pianto era sí grande dei fediti ch'erano in terra, ch'era una maraviglia a udire lo dolore che facevano. E lo re Alau fece sí grande maraviglia di sua persona che non pareva uomo, anzi pareva una tempesta, sicché il re Barga non poté durare, anzi gli convenne alla perfine lasciare il campo; e missesi a fuggire, e lo re Alau gli seguí dietro con sua gente, tuttavia uccidendo quantunque ne giugnevano. Quando lo re Barga fu isconfitto con tutta sua gente, e il re Alau si ritornò in sul campo, e comandò che tutti gli morti fossono arsi, cosí gli nemici come gli amici, però ch'era loro usanza d'ardere i morti. E fatto ch'ebbono questo, sí si partirono e ritornarono in loro terre. Avete inteso tutti i fatti dei Tarteri e dei saracini, quanto se ne può dire, e di loro costumi, e degli altri paesi che sono per lo mondo, quanto se ne puote cercare e sapere, salvo che del Mar Maggiore non vi abiamo parlato né detto nulla, né delle province che gli sono d'intorno, avegna che noi il cercamo ben tutto. Perciò il lascio a dire, ché mi pare che sia fatica a dire quello che non sia bisogno né utile, né quello ch'altri fa tutto dí, ché tanti sono coloro che 'l cercano e 'l navicano ogni dí che bene si sa, siccome sono Viniziani e Genovesi e Pisani e molta altra gente che fanno quel viaggio ispesso, che catuno sa ciò che v'è; e perciò mi taccio e non ve ne parlo nulla di ciò. Della nostra partita, come noi ci partimmo dal Grande Kane, avete inteso nel cominciamento del libro, in uno capitolo ove parla della briga e fatica ch'ebbe messer Matteo e messer Niccolò e messer Marco in domandare commiato dal Gran Kane; e in quello capitolo conta l'aventura ch'avemmo nella nostra partita. E sappiate, se quella aventura non fosse istata, a gran fatica e con molta pena saremmo mai partiti, sicché a pena saremmo mai tornati in nostro paese. Ma credo che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciò che si potessoro sapere le cose che sono per lo mondo, ché, secondo ch'avemo contato in capo del libro nel titolo primaio, e' non fu mai uomo, né cristiano né saracino né tartero né pagano, che mai cercasse tanto nel mondo quanto fece messer Marco, figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della città di Vinegia.