

Del reame di Fugiu
Quando l'uomo si parte di questa sezzaia città de Quisai, l'uomo entra nel reame di Fughiu. E vassi 6 giornate per isiloc, e trova città e castella e case assai. E' sono idoli ed al Grande Kane; e sono sotto la signoria di Fughiu. Vivono di mercatantia e d'arti; d'ogne cosa ànno grande abondanza: ànno zizibe e galanga oltre misura, ché per 'l viniziano grosso se n'avrebbe ben 80 libbre di zizibe. E v'àe un frutto che par zaferano, ma non è, ma vale ben altretanto a operare. Elli manucano d'ogne brutta carne - e d'uomo che no sia morto di sua morte - molto volentieri, e ànnola per buona carne. Quando vanno in oste si tondono li capelli molt'alto, e nel volto si dipingono d'azurro un segno com'un ferro di lancia. E' sono uomini molto crudeli piú del mondo, ché tutto die vanno ucidendo uomini e bevendo il sangue, e poscia li mangiano tutti; ed altro non procacciano. Nel mezzo di queste 6 giornate à una città ch'à nome Quenlafu, ch'è molto grande e nobile. E' sono al Grande Kane. E à tre ponti - li piú belli del mondo - di pietra, lunghi un miglio e larghi bene 8 passi, e sono tutti in colonne di marmo, e sono sí belli che molto tesoro vorebbe a farne uno. Elli vivono di mercatantia e d'arti; egli ànno seta asai e zizibe e galanga. E v'à belle donne. E ànno galline che no ànno penne, ma peli come gatte, e tutte nere; e fanno uova come le nostre, e sono molto buone da mangiare. Qui non à altro. E in queste 6 giornate ch'è detto di sopra so' molte castella e città, e sono come quelle di sopra. E fra 15 miglia da l'altre tre giornate è una città ove si fa tanto zucchero, che sí ne fornisce il Grande Kane e tutta sua corte, che vale grande tesoro, e à nome Unquen. Qui no à 'ltro. Quando l'uomo si parte di qui 15 miglia, l'uomo truova la città nobile di Fugiu, ch'è capo di questo reame; e però ne conteròe quello che noi ne sapemo.
Della città chiamata Fugiu
Or sapiate che questa città di Fugiu è capo del regno di Conca, ch'è de le 9 parti l'una de li Mangi. In questa città si fa grande mercatantia ed arti. E' sono idoli e al Grande Kane. E 'l Grande Kane vi tiene grande oste per le città e castella che spesso vi si rubellano, sí che incontanente vi corrono e ripíglialle e guàstalle. E per lo mezzo di questa città vae un fiume largo bene un miglio. Qui si fa molte navi che vanno su per quel fiume. Qui si fa molto zucchero; qui si fa mercatantia grandi di pietre preziose e di perle, e portale i mercatanti che vi vengono d'India. E questa terra è presso al porto di Catun, nel mare Ozeano: molte care cose vi sono recate d'India. Egli ànno bene da vivere di tutte cose, ed ànno be' giardini co molti frutti, ed è sí bene ordinata ch'è maraviglia. Perciò no vi ne dirò piú, ma conteròvi d'altre cose.
Di Zartom
Or sapiate che, quando l'uomo si parte di Fugiu e passa il fiume, e' va 5 giornate per siloc, tuttavia trovando città e castella assai, dov'à ogne cosa a dovizia grande. E v'à monti e valli e piani, ov'à molti boschi e molti àlbori che fanno la canfora; e v'à ucelli e bestie assai. E' vivono di mercatantie e d'arti; e sono idoli come que' di sopra. Di capo di queste 5 giornate si truova una città ch'à nome Zartom, ch'è molto grande e nobile, ed è porto ove tutte le navi d'India fanno capo, co molta mercatantia di pietre preziose e d'altre cose, come di perle grosse e buone. E quest'è 'l porto de li mercatanti de li Mangi, e atorno questo porto à tanti navi di mercatantie ch'è meraviglia; e di questa città vanno poscia per tutta la provincia de li Mangi. E per una nave di pepe che viene in Alesandra per venire in cristentà, sí ne va a questa città 100, ché questo è l'uno de li due porti del mondo ove viene piúe mercatantia. E sapiate che 'l Grande Kane di questo porto trae grande prode, perché d'ogne cose che vi viene, conviene ch'abbia 10 per 100, cioè de le diece parti l'una d'ogne cosa. Le navi si togliono per lo' salaro di mercatantie sottile 30 per 100, e del pepe 44 per 100, e del legno aloe e de' sandali e d'altre mercatantie grosse 40 per 100; sí che li mercatanti danno, tra le navi e al Grande Kane, ben lo mezzo di tutto. E perciò lo Grande Kane guadagna grande quantità di tesoro di questa villa. E' sono idoli. La terra à grande abondanza d'ogne cose che a corpo d'uomo bisogna. E in questa provincia à una città ch'à nome Tinuguise, che vi si fa le piú belle scodelle di porcelane del mondo; e no se ne fa in altro luogo del mondo, e quindi si portano da ogne parte. E per uno viniziano se n'arrebbe tre, le piú belle del mondo e le piú divisate. Ora avemo contato de li 9 reami de li Mangi li tre, cioè Cangui e Quisai e Fugiu; degli altri reami non conto, ché sarebbe lunga mena. Ma diròvi de l'India, ov'à cose bellissime da ricordare, ed io Marco Polo tanto vi stetti, che bene le saprò contare per ordine.
Qui comincia tutte le maravigliose cose de l'India
Poscia ch'abiamo contato di tante province terrene, com'avete udito, noi conteremo de le meravigliose cose che sono ne l'India. E coninceròvi a le navi, ove i mercatanti vanno e vegnono. Sapiate ch'elle sono d'un legno chiamato abeta e di zapino, ell'ànno una coverta, e 'n su questa coperta, ne le piúe, à ben 40 camere, ove in ciascuna può stare un mercatante agiatamente. E ànno uno timone e 4 àlbori, e molte volte vi giungono due àlbori che si levano e pognono; le tavole so' tutte chiavate doppie l'una sull'altra co buoni aguti. E non sono impeciate, però che no n'ànno, ma sono unte com'io vi dirò, però ch'egli ànno cosa che la tengono per migliore che pece. E' tolgono caneva trita e calcina e un olio d'àlbori, e mischiano insieme, e fassi come vesco; e questo vale bene altrettanto come pece. Queste navi voglion bene 200 marinai, ma elle sono tali che portano bene 5.000 sporte di pepe, e di tali 6.000. E' vogano co remi; a ciascun remo si vuole 4 marinai, e ànno queste navi ta' barche, che porta l'una ben 1.000 sporte di pepe. E sí vi dico che questa barca mena ben 40 marinai, e vanno a remi, e molte volte aiuta a tirare la grande nave. Ancora mena la nave ben 10 battelli per prendere de' pesci; ancora vi dico che le grandi barche menano battelli. E quando la nave àe navicato un anno, sí giungono un'altra tavola su quelle due, e cosí vann' insin'a le 6 tavole. Or v'ò contato de le navi che vanno per l'India. E prima ch'io vi conti de l'India, sí vi conteròe di molte isole che sono nel mare Ozeano, ove noi siamo, e sono a levante. E prima diremo d'una ch'à nome Zipangu.
Dell'isola di Zipangu
Zipangu è una isola in levante, ch'è ne l'alto mare 1.500 miglia. L'isola è molto grande. Le gente sono bianche, di bella maniera e elli. La gent'è idola, e no ricevono signoria da niuno se no da lor medesimi. Qui si truova l'oro, però n'ànno assai; neuno uomo no vi va, però neuno mercatante non ne leva: però n'ànno cotanto. Lo palagio del signore de l'isola è molto grande, ed è coperto d'oro come si cuoprono di quae di piombo le chiese. E tutto lo spazzo de le camere è coperto d'oro grosso ben due dita, e tutte le finestre e mura e ogne cosa e anche le sale: no si potrebbe dire la sua valuta. Egli ànno perle assai, e son rosse e tonde e grosse, e so' piú care che le bianche. Ancora v'àe molte pietre preziose; no si potrebbe contare la ricchezza di questa isola. E 'l Grande Kane che oggi regna, per questa grande ricchezza ch'è in quest'isola, la volle fare pigliare, e mandòvi due baroni co molte navi e gente assai a piede ed a cavallo. L'uno di questi baroni avea nome Abatan e l'altro Vonsanicin, ed erano molti savi e valentri. E' misersi in mare e furono in quest'isola, e pigliaro del piano e delle casi assai, ma non aveano ancora preso né castel né città; ora li venne una mala sciagura, com'io vi dirò. Sapiate che tra questi due baroni avea grande invidia, e l'uno no facea per l'altro. Or avenne un die che 'l vento a tramontana venne sí forte, ch'elli dissero che, s'elli non si partissono, tutte le loro navi si romperebbono. Montoro ne le navi e misersi nel mare, e andaro di lungi di qui 4 miglia a un'altra isola no molto grande: chi poté montare su quell'isola si campò, l'altre ruppero. E questi fuoro ben 30.000 uomini che scamparo su questa isola, e questi si tennoro tutti morti, però che vedéno che non poteano campare, e vedeano l'altre navi, ch'erano campate, se ne andavano verso lor contrade; e tanto vogaro che tornaro in lor paese. Or lasciamo di que' ch'andaro in lor contrada, e diciamo di quelli che rimasono in questa isola per morti.
Sapiate che, quando que' 30.000 uomini che camparo in su l'isola si teneano morti, perciòe che non vedeano via da poter campare, e' stavano in su questa isola molto isconsolati. Quando gli uomini de la grande isola videro l'oste cosí barattata e rotta, e videro costoro ch'erano arivati in su questa isola, n'ebbero grande allegrezza. Quando il mar fue abonacciato, e' presono molte navi ch'aveano per l'isola, e andaro all'isoletta ove costoro erano, e smontaro in terra per pigliare costoro ch'erano in su l'isoletta. Quando questi 30.000 vidono i lor nemici iscesi in terra e vidono che su le navi non era rimaso gente veruna per guardare, elli, sí come savi, quando li nemici, andaro per piglialli, egli diero una giravolta tuttavia fuggendo, e vennero verso le navi e quini montaro tutti incontanente; e qui no fue chi glile contendesse. Quando costoro fuoro su le navi, levaro i gonfaloni ch'elli vi trovaro suso e andaro verso l'isola ov'era la mastra villa di quell'isola, perch'egli erano andati; e que' ch'erano rimasi ne la città, vedendo questi gonfaloni, credieno che fosse la gente ch'er'ita a pigliare quelli 30.000 ne l'altra isola. Quando costoro fuoro a la porta de la terra, erano sí forti che cacciaro quelli che vi trovaro di fuori de la terra, e solo vi tennono le belle femine che v'erano per loro servire. E in tal modo presero la città la gente del Grande Kane. Quando que' de la città videno ch'erano cosí beffati, voleano morire di dolore, e vennono con altre navi a la terra, e cercondalla d'intorno sí che neuno ne potea uscire né 'ntrare. E cosíe tennoro la terra 6 mesi, e molto s'ingegnaro di mandare novelle di loro al Grande Kane, ma nol potero fare. Di capo di se' mesi rendero la terra per patti, salvo le persone e 'l fornimento di potere tornare al Grande Kane; e questo fue negli anni Domini 1269. Al primo barone che n'andò prima, lo Grande Sire li fece tagliare lo capo, e l'altro fece morire in carcere. Una cosa avea dimenticata che, quando questi due baroni andavano a quest'isola, perché uno castello no li si volle arendere - ed elli lo presono poscia - a tutti li feceno tagliare lo capo, salvo ch'a otto che, per vertú di pietre ch'aveano ne le braccia dentro da la carne, per modo del mondo no si potéo tagliare. E li baroni, vedendo ciòe, li feciono amazare co mazze, e poscia li feceno cavare queste pietre de le braccia. Or lasciamo di questa matera, e andremo inanzi.
Come sono gl'idoli di questa isola
Or sapiate che gl'idoli di queste isole e quelle del Catai sono tutte d'una maniera. E questi di queste isole, e ancora de l'altre ch'ànno idoli, ta' sono ch'ànno capo di bue, e tal di porco, e cosí di molte fazioni di bestie, di porci, di montoni e altri; e tali ànno un capo e 4 visi e tali ànno 4 capi e tali 10; e quanti piú n'ànno, magiore speranza e fede ànno in loro. Gli fatti di quest'idoli son sí diversi e di tante diversità di diavoli, che qui non si vuole contare. Or vi dirò d'una usanza ch'è in questa isola. Quando alcun di quest'isola prende alcuno uomo che non si possa ricomperare, convita suoi parenti e compagni, e fanno 'l cuocere e dàllo a mangiare a costoro; e dicono ch'è la migliore carne che si mangi. Or lasciamo andare questa matera e torniamo a la nostra. Or sapiate che questo mare, ov'è quest'isola, si chiama lo mare de Cin, che vale a dire lo 'mare ch'è contra lo Mangi'; e in questo mare de Cin, secondo che dicono savi marinari che ben lo sanno, à bene 7448 isole, de le quali le piú s'abitano. E sí vi dico che in tutte queste isole no nasce niuno àlbore che no ne vegna olore, come di legno aloe e magiore. E ànno ancora molte care spezie di piú maniere; e in quest'isole nasce il pepe bianco come neve, e del nero in grande abondanza. Troppo è di grande valuta ill'oro, e l'altre care cose che vi sono, ma sono sí di lungi ch'a pena vi si può andare. E le navi di Quinsai e del Zaiton, quando vi vanno, ne recano grande guadagno, e penanvi ad andare un anno, ché vanno il verno e tornano la state. Quini non à se non due venti, l'uno che mena in là e l'altro in qua; e questi due venti l'uno è di verno e l'altro è di state. Ed è questa contrada molto di lungi d'India, e questo mare è bene del mare Ozeano, ma chiamasi de Cin, sí come si dice lo mare d'Inghilterra o quel de Rocella; e 'l mare d'India ancora è del mare Ozeano. Di queste isole non vi conteròe piú, però che non vi sono stato, e 'l Grande Kane non v'à che fare. Or torneremo al Zaiton, e quine riconinceremo nostro libro.
Della provincia di Ciamba
Sapiate che, quando l'uomo si parte dal porto di Zaiton e navica ver' ponente e alcuna cosa ver' garbino 1.500 miglia, sí si truova una contrada ch'à nome Cianba, ch'è molto ricca terra e grande. E ànno re per loro, e sono idoli, e fanno trebuto al Grande Kane ciascuno anno 20 leofanti - e no li danno altro - li piú belli che vi si può trovare, ché n'ànno assai. E questo fece conquistare il Grande Kane negli anni Domini 1278; or vi dirò de l'afare del re e del regno. Sapiate che 'n quel regno non si può maritare neuna bella donzella che no convegna prima che 'l re la pruovi, e se li piace, sí la tiene, se no, sí la marita a qualche barone. E sí vi dico che negli anni Domini 1285, secondo ch'io Marco Polo vidi, quel re avea 326 figliuoli, tra maschi e femine, ché ben n'avea 150 da arme. In quel regno à molti elefanti, e legno aloe assai; e ànno molto del legno ebano onde si fanno li calamari. Qui non à altro da ricordare; or ci partimo e 'ndamo ad un'isola ch'à nome Iava.
Dell'isola di Iava
Quando l'uomo si parte di Cianba e va tra mezzodie e siloc ben 1.500 miglia, si viene a una grandissima isola ch'à nome Iava. E dicono i marinai ch'è la magior isola del mondo, ché gira ben 3.000 miglia. E' sono al grande re; e sono idoli, e non fanno trebuto a uomo del mondo. Ed è di molto grande richezza: qui à pepe e noci moscade e spigo e galinga e cubebe e gherofani e di tutte care spezie. A quest'isola viene grande quantità di navi e di mercatantie, e fannovi grande guadagno; qui à molto tesoro che non si potrebbe contare. Lo Grande Kane no l'à potuta conquistare per lo pericolo del navicare e de la via, sí è lunga. E di quest'isola i mercatanti di Zaiton e de li Mangi n'ànno cavato e cavano grande tesoro. Or andiamo piú 'nanzi.
Dell'isole di Sodur e di Codur
Quando l'uomo si parte de l'isola d'Iava e va tra mezzodie e garbino 700 miglia, sí truova due isole, l'una grande e l'altra piccola, che si chiamano Sondur e Condur. E di qui si parte l'uomo e va per siloc da 500 miglia, e quine truva una provincia che si chiama Locac, molto grande e ricca; ed èvi un grande re. E' sono idoli, e no fanno trebuto a neuno, però che sono in tal luogo che no vi si può andare per mal fare. In questa provincia nasce berci dimestico in grande quantità. Egli ànno tant'oro che no si può credere; egli ànno leofanti, cacciagioni e ucelagioni assai. E di questa provincia si parte tutte le porcelane onde si fa le monete di quelle contrade. Altro non v'à ch'i' sappia, perch'è sí mal luogo che poca gente vi va; e 'l re medesimo n'è lieto, perché non vuole ch'altre sappia lo tesoro ch'egli àe. Or andremo piú oltra, e conterenvi altre cose.
Dell'isola di Petam
Or sapiate che quando l'uomo si parte di Locac e va 500 miglia per mezzodie, sí truova un'isola ch'à nome Pentain, che molto è salvatico luogo. Tutti loro boschi sono di legni olorosi. Or paseremo queste due isole intorno 60 miglia. E non v'à se non 4 passa d'acqua, e non si porta timone a le navi per l'acqua piccola, onde si convegnono tirare le navi. Quando l'uomo à pasato queste 60 miglia, ancora va per siloc 30 miglia. Qui si truova una isola che v'è un re e si chiama Malavir la città, e l'isola Pentain. La città è grande e nobile; quine si fae grandi mercatantie d'ogne cosa; di spezie à grande abondanza. Non v'à altro da ricordare; però ci partiremo, e conteròvi de la piccola Iava.
Della piccola isola di Iava
Quando l'uomo si parte de l'isola di Pentain e l'uomo va per siloc da 100 miglia, truova l'isola di Iava la minore, ma è sí piccola che gira 2.000 miglia. E di quest'isola vi conterò tutto 'l vero. Sapiate che su quest'isola à 8 re coronati. E' sono tutti idoli; e ciascun di questi reami à lingua per sé. Qui à grande abondanza di tesoro e di tutte care spezie. Or vi conterò la maniera di tutti questi reami, ciascun per sé, e diròvi una cosa che parrà meraviglia a ogn'uomo: che quest'isola è tanto verso mezzodie che la tramontana non si vede, né poco né assai. Or torneremo a la maniera degli uomini, e diròvi del reame di Ferlet. Sapiate che, perché mercatanti saracini usano in questo reame co lor navi, ànno convertita questa gente a la legge di Maomet. E questi sono soli quelli de la città; quelli de le montagne sono come bestie, ch'elli mangiano carne d'uomo e d'ogn'altra bestia e buona e rea. Elli adorano molte cose, ché la prima cosa ch'elli veggono la mattina, sí l'adorano. Contato di Ferlet, conteròvi del reame de Basma. Lo reame de Basman, ch'è a l'uscita del Ferlet, è reame per sé e ànno loro linguaggio; ma elli no ànno neuna legge, se non come bestie. Elli si richiamano per lo Grande Kane, ma no li fanno neun trebuto, perché son sí a la lunga che la gente del Grande Kane non vi potrebbe andare, ma 'lcuna volta lo presentano d'alcuna strana cosa. Elli ànno leofanti assai salvatichi e unicorni, che no son guari minori d'elefanti; e' son di pelo bufali, i piedi come di lefanti; nel mezzo de la fronte ànno un corno grosso e nero. E dicovi che no fanno male co quel corno, ma co la lingua, che l'ànno spinosa tutta quanta di spine molto grandi; lo capo ànno come di cinghiaro, la testa porta tuttavia inchinata verso la terra: sta molto volentieri tra li buoi. Ell'è molto laida bestia, né non è, come si dice di qua, ch'ella si lasci prendere a la pulcella, ma è 'l contradio. Egli ànno scimie assai e di diverse fatte; egli ànno falconi neri buoni da ucellare. E vo'vi fare asapere che quelli che recano li piccoli uomini d'India, si è menzogna, ché quelli che dicono che sono uomini, e' li fanno in questa isola, e diròvi come. In quest'isola àe scimmie molto piccole, e ànno viso molto simile a uomo; gli uomini pelano quelle scimmie, salvo la barba e 'l pettignone, poi le lasciano secare e pongolle in forma e concialle con zaferano e con altre cose, che pare che sieno uomini. E questo è una grande buffa, ché mai no fue veduti cosí piccoli uomini. Or lasciamo questo reame, ché non ci à altro da ricordare; e diròvi de l'altro ch'à nome Samarra.
Del reame di Samarra
Or sapiate che, quando l'uomo si parte di Basma, elli truova lo reame di Samarra, ch'è in questa isola medesima. Ed io Marco Polo vi dimórai 5 mesi per lo mal tempo che mi vi tenea, e ancora la tramontana no si vedea, né le stelle del maestro. E' sono idoli salvatichi; e ànno re ricco e grande; anche s'apellano per lo Grande Kane. Noi vi stemmo 5 mesi; noi uscimmo di nave e facemmo in terra castella di legname, e in quelle castelle stavavamo per paura di quella mala gente e de le bestie che mangiano gli uomini. Egli ànno il migliore pesce del mondo, e non ànno grano ma riso; e non ànno vino, se non com'io vi dirò. Egli ànno àlbori che tagliano li rami, gocciolano, e quell'acqua che ne cade è vino; ed empiesine tra dí e notte un grande coppo che sta apiccato al troncone, ed è molto buono. L'àlbore è fatto come piccoli datteri, e ànno quattro rami; e quando lo troncone non gitta piúe di questo vino, elli gittano de l'acqua al piede di questo àlbore e, stando un poco, el troncone gitta; ed àvine del bianco e del vermiglio. Di noci d'India à grande abondanza; elli mangiano tutti carne e buone e reie. Or lasceremo qui, e conteròvi de Dragroian.
Del reame di Dragouain
Dragroian è un reame per sé, e ànno lor linguaggio. E' son di quest'isola; la gente è molto salvatica e sono idoli. Ma io vi conterò un male costume ch'egli ànno, che quando alcuno à male, elli mandano per loro indevini e incantatori che 'l fanno per arti di diavoli, e domandano se 'l malato dé guerire o morire. E se 'l malato dé morire, egli mandano per certi ordinati a ciò, e dicono: "Questo malato è giudicato a morte, fa' quello che de' fare". Questi li mette alcuna cosa su la bocca ed afogalo; poscia lo cuocono; quand'egli è cotto, vegnono tutti i parenti del morto e màngiallo. Ancora vi dico ch'elli mangiano tutte le mirolla dell'osso; e questo fanno perché dicono che no vogliono che ne rimanga niuna sustanza, perché se ne rimanesse alcuna sustanza, farebbe vèrmini, e questi vermi morebbono per difalta di mangiare; e de la morte di questi vermi l'anima del morto n'avrebbe grande peccato, e perciò mangiano tutto. Poscia piglian l'ossa e pongolle in una archetta, e apíccalle in caverne sotterra ne le montagne, in luogo ch'altre no le possa tocare, né uomo né bestia. E se possono pigliare alcuno uomo d' altra contrada che non si possa rimedire, sí 'l mangiano. Or lasciamo di questo reame, e conteròvi de Lanbri.
Del reame di Lambri
Lanbri è reame per sé e richiamasi per lo Grande Kane. E' sono idoli. Elli ànno molto berci e canfora e altre care spezie - del seme del berci regai io a Venigia, e non vi nacque per lo freddo luogo. In questo reame sono uomini ch'ànno coda grande piú d'un palmo, e sono la maggior parte, e dimorano ne le montagne di lungi da la città; le code son grosse come di cane. Egli ànno unicorni assai, cacciagioni e ucellagioni assai. Contato di Lanbri, conteròvi de Fansur.
Del reame di Fansur
Fansur è reame per sé. E' sono idoli e si richiamano per lo Grande Kane; e sono di questa isola medesima. E qui nasce la miglior canfora del mondo, che vi si vende a peso con oro. No ànno grano, ma manucano riso; vino ànno degli àlbori ch'abiamo detto di sopra. Qui à una grande maraviglia, che ci àn farina d'àlbori, che sono àlbori grossi e ànno la buccia sottile, e sono tutti pieni dentro di farina; e di quella farina si fa molti mangiar di pasta e buoni, ed io piú volte ne mangiai. Or abiamo contato di questi reami; degli altri di quest'isola non contiamo, però che noi non vi fummo, e però vi conterò d'un'altra isola molto piccola, che si chiama Nenispela.
Dell'isola di Neguveran
Quando l'uomo si parte di Iava e del reame di Lanbri e va per tramontana 150 miglia, sí truova le due isole: l'una si chiama Neguveran. E in quest'isola no à re; e sono come bestie, e vanno tutti ignudi e non si cuoprono nulla. E' sono idoli. E tutti lor boschi sono d'àlbori di grande valuta, cioè sandoli, noci d'India, gherofali e berci e molti altre buoni àlbori. Altro non v'à da ricordare; però ci partiremo, e diròvi de l'altra isola ch'à nome Angaman.
Dell'isola d'Angaman
Angaman è un'isola, e no ànno re. E' sono idoli, e sono come bestie salvatiche. E tutti quelli di quest'isola ànno lo capo come di cane e denti e naso come di grandi mastini. Egli ànno molte spezie. E' sono mala gente e mangiano tutti gli uomini che posson pigliare, fuori quelli di quella contrada. Lor vivande son latte, riso e carne d'ogne fatta; e ànno frutti diversi da' nostri. Or ci partiremo di qui, e dirén d'un'altr'isola chiamata Seillan.
Dell'isola di Seilla
Quando l'uomo si parte de l'isola de Angaman e va 1.000 miglia per ponente e per gherbino, truova l'isola di Seilla, ch'è la migliore isola del mondo di sua grandezza. E diròvi come ella gira 2.400 miglie. E sí vi dico ch'anticamente ella fue via magiore, ché girava 3.600 miglia, secondo che dice la mapamundi; ma 'l vento a tramontana vi viene sí forte, che una grande parte à fatto andare sott'acqua. Quest'isola sí à re che si chiama Sedemain. E' sono idoli e no fanno trebuto a neuno. E' vanno tutti ignudi, salvo lor natura. No ànno biade, ma riso, e ànno sosimain, onde fanno l'olio, e vivono di riso, di latt'e di carne; vino fanno degli àlbori ch'ò detto di sopra. Or lasciamo andare questo, e conteròvi de le piú preziose cose del mondo. Sapiate che 'n quest'isola nasce li nobili e li buoni rubini, e non nasciono in niuno lugo del mondo piúe; e qui nasce zafini e topazi e amatisti, e alcune altre buone pietre preziose. E sí vi dico che 'l re di questa isola àe il piú bello rubino del mondo, né che mai fue veduto; e diròvi com'è fatto. Egli è lungo presso a un palmo ed è grosso ben tanto come un braccio d'uomo; egli è la piú sprendiente cosa del mondo; egli non à neuna tecca, egli è vermiglio come fuoco; egli è di sí grande valuta che non si potrebbe comperare. E 'l Grande Kane mandò per questo rubino, e volea dare presso lo valer d'una città, ed elli disse che nol darebbe per cosa del mondo, però che fue de li suoi antichi. La gente è vile e cattiva, e se li bisogna gente d'arme, ànno gente d'altra contrada, spezialemente saracini. Qui non à 'ltro da ricordare; però ci partiremo e conteremo di Maabar.
Della provincia di Maabar
Quando l'uomo si parte de l'isola di Silla e va ver' ponente da 60 miglia, truova la grande provincia di Maabar, ch'è chiamata l'India magiore. E questa è la miglior India che sia, ed è de la terra ferma. E sapiate che questa provincia à cinque re che sono fratelli carnali, ed io dirò d'alcun per sé. E sapiate che questa è la piú nobile provincia del mondo e la piú ricca. Sapiate che da questo capo de la provincia regna un di questi re, ch'à nome Senderban re de Var. In questo regno si truova le perle buone e grosse, ed io vi dirò com'elle si pigliano le perle. Sapiate ch'egli àe in questo mare un golfo ch'è tra l'isole e la terra ferma, e non v'à d'acqua piú di 10 passi o 12, e in tal luogo non piú di due; e in questo golfo si pigliano le perle, e diròvi come. Gli uomini pigliano le navi grandi e piccole e vanno in questo golfo, del mese d'aprile insino in mezzo maggio, in un luogo che si chiama Baccalar. E' vanno nel mare 60 miglia, e quini gittano loro ancore, ed entrano in barche piccole e pescano com'io vi diròe. E sono molti mercatanti, e fanno compagnia insieme, e aluogano molti uomini per questi 2 mesi, tanto come la pescheria dura. E' mercatanti donano al re de le 10 parti l'una di ciò che pigliano; e ancora ne donano a colui che incanta i pesci, che non facciano male agli uomini che vanno sott'acqua per trovare le perle: a costui donano de le 20 parti l'una. E questi sono abrinamani incantatori. E questo incantesimo non vale se no 'l die, sí che di notte neuno non pesca; e costoro ancora incantano ogne bestia e ucello. Quando questi uomini alogati vanno sott'acqua, 2 passi o 4 o 6 insino a 12, e' vi stanno tanto quanto possono, e pigliano cotali pesci che noi chiamiamo areghe: in queste areghe si pigliano le perle grosse e minute d'ogne fatta. E sapiate che le perle che si truovano in questo mare si spandono per tutto il mondo, e questo re n'à grande tesoro. Or v'ò detto come si truovano le perle; e da mezzo maggio inanzi no vi si ne truova piúe. Ben è vero che, di lungi di qui 300 miglia, si ne truova di settembre insino ad ottobre. E sí vi dico che tutta questa provincia di Maabar non li fa bisogno sarto, però che vanno tutti ignudi d'ogne tempo, però ch'egli ànno d'ogne tempo temperato, cioè né freddo né caldo; però vanno ignudi, salvo che cuoprono lor natura con un poco di panno. E cosí vae il re come gli altri, salvo che porta altre cose, com'io vi dirò. E' porta a la natura piú bel panno che gli altri, e a collo un collaretto tutto pieno di pietre preziose, sí che quella gorgiera vale bene 2 grandissimi tesori. Ancor li pende da collo una corda di seta sottile che li va giú dinanzi un passo, e in questa corda àe da 104 tra perle grosse e rubini, lo quale cordone è di grande valuta. E diròvi perch'elli porta questo cordone, perché conviene ch'egli dica ogne die 104 orazioni a' suoi idoli; e cosí vuole lor legge, e cosí fecero gli altri re antichi, e cosí fanno questi. Ancora porta a le braccia bracciali tutti pieni di queste pietre carissime e di perle, e ancora tra le gambe in tre luoghi porta di questi bracciali cosí forniti. Anche vi dico che questo re porta tante pietre adosso che vagliono una buona città: e questo non è maraviglia, se n'à cotante com'io v'ò contato. E sí vi dico che neuno può trare neuna pietra né perla fuori di suo reame, che pesi da un mezzo saggio in su; e 'l re ancora fa bandire per tutto suo reame che chi à grosse pietre e buone o perle grosse, che le porti a lui, ed elli ne farà dare due cotanti che no li costano. E quest'è usanza del regno, di donare lo doppio; e' mercatanti e ogn'uomo, quando n'ànno, volentieri le portano al segnore, perché sono ben pagati. Or sappiate che questo re à bene 500 femine, cioè moglie, ché, come vede una bella femina o donzella, incontanente la vòle per sé, e sí ne fa quello ch'io vi dirò. Incontanente che elli vide una bella moglie al fratello, sí lile tolse e tennela per sua, e 'l fratello, perch'era savio, lo soferse e no volle briga co lui. Ancora sappiate che questo re àe molti figliuoli che sono grandi baroni, che li vanno atorno sempre quando cavalca. E quando lo re è morto, lo corpo suo s'arde, e tutti questi suoi figliuoli s'ardono, salvo il maggiore che dé retare; e questo fanno per servirlo ne l'altro mondo. Ancora v'è una cotale usanza, che del tesoro che lascia il re al figliuolo, mai non ne tocca, ché dice che no vòle mancare quello che li lasciò il suo padre, anzi il vòle acrescere; e catuno sí l'acresce, e l'uno il lascia a l'attro, e perciò è questo re cosí ricco. Ancora vi dico che in questo reame no vi nasce cavalli, e perciò tutta la rendita loro o la maggiore parte, ogn'anno si cunsuma in cavalli. E diròvi come: i mercatanti di Quisai e de Dufar e d'Eser e de Adan - queste province ànno molti cavalli - e questi mercatanti empiono le navi di questi cavalli, e pòrtali a questi 5 re che sono fratelli, e vendeno l'uno bene 500 saggi d'oro, che vagliono bene piú di 100 marchi d'ariento. E questo re n'accatta bene ogn'anno 2.000 o piú, e li fratelli altretanti: di capo de l'anno tutti sono morti, perché non v'à marescalco veruno, perch'elli no li sanno governare. E questi mercatanti no vi ne menano veruno, perciò che vogliono che tutti questi cavalli muoiano, per guadagnare. Ancora v'à cotale usanza: quando alcuno omo à fatto malificio veruno che debbia perdere persona, e quello cotale uomo dice che si vòle uccidere elli istesso per amor e per onore di cotale idolo, e 'l re li dice che bene li piace. Alotta li parenti e li amici di questo cotale malefattore lo pígliaro e pongolo in su una caretta, e dannoli bene 12 coltella e portalo per tutta la terra, e vanno dicendo: ".Questo cotale prod'uomo si va ad uccidere elli medesimo per amore di cotale idolo". E quando sono al luogo ove si dé fare la giustizia, colui che dé morire piglia uno coltello e grida ad alta boce: "Io muoio per amore di cotale idolo". Com'à detto questo, elli si fiede del coltello per mezzo il braccio, e piglia un altro e dassi ne l'altro braccio, e poscia de l'altro per lo corpo; e tanto si dà ch'elli s'ucide. Quand'è morto, li parenti l'ardono con grande alegrezza. Ancora v'à un altro costume, che quando neiuno uomo morto s'arde, la moglie si gitta nel fuoco e arde co lui; e queste femine che fanno questo sono molto lodate da le genti, e molte donne il fanno. Questa gente adorano l'idole, e la magiore parte il bue, ché dicono ch'è buona cosa; e veruno v'à che mangiasse di carne di bue, né nullo l'ucciderebbe per nulla. Ma e' v'à una generazione d'uomini, ch'ànno nome gavi, che mangiano i buoi, ma non li usarebbero uccidere; ma se alcuno ne muore di sua morte, sí 'l mangiano bene. E sí vi dico ch'elli ungono tutta la casa del grasso del bue. Ancora ci à un altro costume, che li re e baronia e tutta altra gente non siede mai se no in terra; e dicono che questo fanno perché sono di terra e a la terra debbono tornare, sí che non la possono troppo inorare. E questi gavi che mangiano la carne del buoi, sono quelli i cui antichi ucisero santo Tommaso apostolo anticamente; e veruno di questa generazione no potrebbe intrare colà ov'è il corpo di santo Tomaso. Ancora vi dico che 20 uomini no vi ne potrebbero mettere uno, di questa cotale generazione de' gavi, per la virtú del santo corpo. Qui non à da mangiare altro che riso. Ancora vi dico che se un grande destriere amontasse una cavalla, non ne nascerebbe se no uno piccolo ronzino co le gambe torte, che no vale nulla e non si può cavalcare. E questi uomini vanno in bataglie co scudi e co lance, e vanno ignudi, e non sono prod'uomini, anzi sono vili e cattivi. Eglino non uciderebbero alcuna bestia, ma quando vogliono mangiare alcuna carne, sí la fanno ucidere a' saracini ed ad altra gente che no siano di loro legge. Ancora ànno un'altra usanza, che maschi e femine ogne dí si lavano due volte tutto il corpo, la mattina e la sera; né mai no mangerebbero se questo non avessero fatto, né no berebbero; e chi questo no facesse, è tenuto come sono tra noi i paterini. Ed in questa provincia sí si fa molto grande giustizia di quelli che fanno mecidio o che imbolino, e d'ogne maleficio. E chi è bevitore di vino non è ricevuto a testimonianza per l'ebrietà; ed ancora chi va per mare dicono ch'è disperato. E sapiate ch'elli no tengono a pecato nulla lussuria. E v'à sí grande caldo ch'è maraviglia. E' vanno ignudi; e no vi piuove se no tre mesi dell'anno, giugno e luglio e agosto; e se no fosse questa acqua che renfresca l'aire, e' vi sarebbe tanto caldo che veruno vi potrebbe campare. Quivi àe molti savi uomini di fisonomia, cioè di conoscere li costumi de li uomini a la vista. Elli guatano ad agure piú che uomini del mondo e piú ne sanno, ché molte volte tornano adietro di loro viaggio per uno istarnuto o per la vista d'uno uccello. A tutti loro fanciulli, quando nascono, sí scrivono lo punto e la pianeta che regna allotta, perciò che v'à molti astrolagi e indivini. E sappiate che per tutta l'India li uccelli loro sono divisati da' nostri, salvo la quaglia; li pipistrelli vi sono grandi come astori, e tutti neri come carbone. Elli danno a li cavalli carne cotta co riso e molte altre cose cotte. Qui àe molti monasteri d' idole, ed àvi molte donzelle e fanciulli oferti da li ro padri e madri per alcuna cagione. E 'l segnore del monistero, quando vòle fare alcuno solazzo a li idoli, sí richieggiono questi oferti; ed elli sono tenuti d'andarvi e quivi ballano e trescano e fanno grande festa. Queste sono molte donzelle; e piú volte queste donzelle portano da mangiare a questi idoli, ove sono oferte; e pongono la tavola dinanzi a l'idolo e pongovi suso vivande, e lasciavile istare suso una grande pezza, e tuttavia le donzelle cantando e ballando per la casa. Quando ànno fatto questo, dicono che lo spirito de l'idolo à mangiato tutto il sottile de la vivanda, e ripongolo e vànnosine. E questo fanno le pulcelle tanto che si maritano. Or ci partimo di questo regno, e diròvi d'un altro ch'à nome Multifili.
Del regno di Multifili
Multifili è un reame che l'uomo truova quando si parte da Maabar e va per tramontana bene 1.000 miglia. Questo regno è d'una reina molto savia, che rimase vedova bene 40 anni, e volea sí grande bene a suo segnore che giamai no volle pigliare altro marito. E costei à tenuto questo regno in grande istato, ed è piú amata che mai fosse re o reina. In questo reame si truovano i diamanti, e diròvi come. Questo reame àe grandi montagne, e quando piove, l'acqua viene ruvinando giú per queste montagne, e li uomini vanno cercando per la via dove l'acqua è ita, e truovane assai. La state, che no vi piuove, sí si ne truovano su per queste montagne; ma e' v'à sí grande caldo ch'a pena vi si può soferire. E su per quelle montagne à tanti serpenti e sí grandi, che li uomini vi vanno a grande dottanza - e' sono molto velenosi - e non sono arditi d'andare presso a le caverne di quelli serpenti. Ancora li òmini ànno li diamanti per un altro modo: ch'elli v'ànno sí grandi fossati e sí perfondi che veruno vi puote andare; ed elli sí vi gíttaro entro cotali pezzi di carne, e gittala in questi fossati. La carne cade in su questi diamanti; e' ficcansi ne la carne. E su queste montagne istanno aguglie bianche, che stanno per questi serpenti; quando l'aguglie sentono questa carne in questi fossati, si vanno colà giú e recala in su la ripa di questo fossato. E questi vanno a l'aguglie, e l'aguglie fuggono, e li uomini truovano in questa carne questi diamanti. Ed ancora ne truovano: ché l'aguglie sí ne beccano di questi diamanti co la carne, e li uomini vanno la matina al nido de l'aguglie e truovane co l'uscita loro di questi diamanti. Cosí si truovano i diamanti in questi tre modi, né in luogo del mondo non si ne truova se non in questo reame. E no crediate che i buoni diamanti si rechino qua tra li cristiani, ma portansi al Grande Kane ed agli altri re e baroni di quelle contrade ch'ànno lo grande tesoro. E sappiate che in questa contrada si fa il migliore bucherame e 'l piú sottile del mondo e 'l piú caro. Egli ànno bestie assai, ed ànno i magiori montoni del mondo; ed ànno grande abondanza d'ogni cosa da vivere. Or udirete del corpo di messer santo Tomaso apostolo e dov'egli è.
Di santo Tomaso l'apostolo
Lo corpo di santo Tomaso apostolo è nella provincia di Mabar in una picciola terra che non v'à molti uomini, né mercatanti non vi vengono, perché non v'à mercatantia e perché 'l luogo è molto divisato. Ma vèngovi molti cristiani e molti saracini in pellegrinaggio, ché li saracini di quelle contrade ànno grande fede in lui, e dicono ch'elli fue saracino, e dicono ch'è grande profeta, e chiàmallo varria, cioè "santo uomo". Or sapiate che v'à costale maraviglia, che li cristiani che vi vegnono in pellegrinaggio tolgono della terra del luogo ove fue morto san Tomaso e dannone un poco a bere a quelli ch'ànno la febra quartana o terzana: incontanente sono guariti. E quella terra si è rossa. Ancora vi dirò una maraviglia che venne ne li anni Domini 1288. Uno barone era in quella terra, ch'avea fatto empiere tutte le case della chiesa di riso, sicché veruno pellegrino vi potea albergare. I cristiani che guardavano la chiesa, sí n'avevano grande ira; e non giovava di pregare, tanto che questo barone le facesse isgombrare. Sicché una notte aparve a questo barone santo Tomaso con una forca in mano, e misegliele in bocca e disseli: "Se tosto non fai isgombrare la mia casa, io ti farò morire di mala morte". E con questa forca si gli strinse sí la gola, ch'à colui fue grande pena; e 'l santo corpo si partío. La mattina vegnente il barone fece insgombrare le case de la chiesa e disse ciò che gli era intervenuto, e' cristiani n'ebbero grande allegrezza, e grande reverenza ne rendero a santo Tomaso. E sapiate ch'egli guarisce tutti i cristiani che sono lebrosi. Or vi conterò come fu morto, secondo ch'io intesi. Messer santo Tomaso si stava in uno romitoro in uno bosco e dicea sue orazioni, e d'intorno a lui si avea molti paoni, ché in quella contrada n'à piú che in lugo del mondo. E quando san Tomaso orava, e uno idolatore della schiatta dei gavi andava ucellaldo a' paoni, e saettando a uno paone, sí diede a santo Tomaso per le costi, ché nol vedea; ed issendo cosí fedito, sí orò dolcemente e cosí orando morío. E inanzi che venisse in questo romitoro, molta gente convertío alla fede per l'India. Or lasciamo di san Tomaso e diròvi delle cose del paese. Sapiate che fanciugli e fanciulle nascono neri, ma non cosí neri com'eglino sono poscia, ché continuamente ogni settimana s'ungono con olio di sosima, acciò che diventino bene neri, ché in quella contrada quello ch'è più nero è più pregiato. Ancora vi dico che questa gente fanno dipigner tutti i loro idoli neri, e i dimoni bianchi come neve, ché dicono che il loro idio e i loro santi sono neri. E sí vi dico che tanta è la speranza e la fede ch'egli ànno nel bue, che quando vanno in oste, il cavaliere porta del pelo del bue al freno del cavallo, e 'l pedone ne porta a lo scudo; e tali se ne fanno legare a' capegli. E questo fanno per campare d'ogni pericolo che puòne incontrare nell'oste. Per questa cagione il pelo del bue v'è molto caro, ché veruno si tiene sicuro se non n'à adosso. Partiamoci quinci ed andamone in una provincia che si chiamano i bregomanni.
Della provincia di Lar
Lar è una provincia verso ponente, quando l'uomo si parte dal luogo ov'è il corpo di san Tomaso. E di questa provincia sono nati tutti li bregomanni e di là vennero primamente. E sí vi dico che questi bregomanni sono i migliori mercatanti e' piú leali del mondo, ché giamai non direbbero bugia per veruna cosa del mondo, né non mangiano carne né non beono vino. E' stanno in molta grande onestade, e non tocherebboro altra femina che loro moglie, né none ucciderebboro veruno animale, né non farebboro cosa onde credessoro avere peccato. Tutti li bregomanni sono conosciuti per uno filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla manca, e sí 'l si legano sopra la spalla ritta, sicché li viene il filo atraverso il petto e le spalle. E sí vi dico ch'egli ànno re ricco e potente, e compera volontieri perle e priete preziose, e conviene ch'abbia tutte le perle che recano li mercatanti delli bregomanni da Mabar, ch'è la migliore provincia ch'abbia l'India. Questi sono idolatri e vivono ad agura d'uccelli e di bestie piú ch'altra gente. Ed àvi uno cotale costume: quando alcuno mercatante fa alcuna mercatantia, elli si pone mente a l'ombra sua; e se l'ombra è tamanta come dee essere, sí compie la mercatantia, e s'ella non fosse tale come dé essere in quello die, non la compie per cosa del mondo; e questo fanno sempre. Ancora fanno un'altra cosa: che quando elli sono in alcuna bottega per comperare alcuna mercatantia, e se vi viene alcuna tarantola - che ve n'à molte -, sí guata da quale parte ella viene; e puote venire da tale parte ch'e' compie il mercato, e da tale che che per cosa del mondo nol compierebbe. Ancora, quando escono di casa, ed egli oda alcuno starnuto che no gli piaccia, imantenente ritorna in casa e none anderebbe piú inanzi. Questi bregomanni vivono piú che gente che sia al mondo, perché mangiano poco e fanno magiore astinenza; li denti ànno bonissimi per una erba ch'egli usano a mangiare. E v'à uomini regolati che vivono piú ch'altra gente, e vivono bene 150 anni o 'nfino 200 anni, e tutti sono prosperosi a servire loro idoli; e tutto questo è per la grande astinenza ch'e' fanno. E questi regalati si chiamano congiugati. E' mangiano sempre buone vivande, cioè, lo piú, riso e latte; e questi congiugati pigliano ogne mese uno cotale beveraggio: che tòlgoro ariento vivo e solfo, e míschiallo insieme coll'acqua e béollo; e dicono che questo tiene sano e 'lunga gioventudine, e tutti quelli che l'usano vivono piú delli altri. Elli sono idoli, ed ànno tanta isperanza nel bue, che l'adorano; e li piú di loro pòrtaro uno bue di cuoio o d'ottone inorato nella fronte. E' vanno tutti ignudi sanza coprire loro natura alcuno di questi regolati; e questo fanno per grande penitenzia. Ancora vi dico ch'elli ardono l'ossa del bue e fannone polvere, e di quella polvere s'ungono in molte parti del loro corpo con grande reverenzia, altressí come fanno i cristiani dell'acqua santa. E' non mangiano né in taglieri né in iscodelle, ma in su foglie di certi àlbori, larghe, secche e non verdi, ché dicono che le verdi ànno anima, sicché sarebbe peccato. Ed elli si guardano di non fare cosa ond'ellino credesser avere peccato, enanzi si lascerebboro morire. E quando sono domandati: "Perché andate voi ignudi?", e quelli dicono, perché in questo mondo non ne recaro nulla e nulla vogliono di questo mondo: "Noi non abiamo nulla vergogna di mostare nostre nature, perciò che noi non facciàno con esse veruno peccato, e perciò noi non abiamo vergogna piú d'un vembro che d'altro. Ma voi, che li portate coperti, e perciò che voi li aoperate in peccati, e perciò avete voi vergogna". Ed ancora vi dico che questi none ucciderebbero niuno animale di mondo, né pulci né pidocchi né mosca né veruno altro, perché dicono ch'elli ànno anima, onde sarebbe peccato. Ancora no mangiano niuna cosa verde, né erba né frutti infino tanto che non sono secchi, perché dicono anche ch'ànno anima. Elli dormono ignudi in sulla terra né non tengono nulla né sotto né adosso; e tutto l'anno digiunano e no mangiano altro che pane ed acqua. Ancora vi dico ch'elli ànno loro aregolati, che guardano l'idoli. Ora li vogliono provare s'egli sono bene onesti, e mandano per le pulcelle che sono oferte all'idoli, e fannoli toccare a loro in piú parte del corpo ed istare con loro in sollazzi; e se 'l loro vembro si rizza o si muta, sí 'l mandano via e dicono che non è onesto, e non vogliono tenere uomo lusorioso; e se 'l vembro non si muta, sí 'l tengono a servire l'idoli nel munistero. Questi ardono li corpi morti, perché dicono che se e' non s'ardessero, e' se ne farebbe vèrmini, e quelli vèrmini si morrebbero quando non avessero piú che mangiare, sicch'egli sarebbero cagioni della morte di quelli vermi; perciò che dicono che li vermi ànno anima, onde l'anima di quello cotale corpo n'averebbe pena nell'altro mondo. E perciò ardono i corpi, perch'e' no meni vèrmini. Avemovi contato de' costumi di questi idolatri; diròvi una novella ch'avavamo dimenticato de l'isola di Seila.
Dell'isola di Seila
Seila è una grande isola: è grande com'io v'ò contato in adrieto. Or è vero che in questa isola àe una grande montagna, ed è sí diruvinata che persona non vi puote suso andare se no per uno modo: che a questa montagna pendono catene di ferro sí ordinate che li uomini vi possono montare suso. E dicono che in quella montagna si è il monumento d'Adam nostro padre; e questo dicono li saracini, ma l'idolatori dicono che v'è il munimento di Sergamon Borgani. E questo Sergamon fue il primo uomo a cui nome fue fatto idole, ché, secondo loro usansa, questi fue il migliore uomo che fosse mai tra loro, e 'l primo ch'eglino avessero per santo. Questo Sergamon fue figliuolo d'uno grande re ricco e possente, e fue sí buono che mai non volle atendere a veruna cosa mondana. Quando il re vide che 'l figliuolo tenea questa via e che non volea succedere al reame, ébbene grande ira, e mandò per lui, e promiseli molte cose, e disseli che lo volea fare re e sé volea disporre; né 'l figliuolo non ne volle intendere nulla. Quando il re vide questo, sí n'ebbe sí grande ira ch'a pena che no morío, perché non avea piú figliuoli che costui, né a cui egli lasciasse il reame. Anco il padre si puose in cuore pure di fare tornare questo suo figliuolo a cose mondane. Ora lo fece mettere in uno bello palagio, e misevi co lui 300 pulcelle molto belle che lo servissero; e queste donzelle il servivano a tavola ed in camera, sempre ballando e cantando in grandi zolazzi, sí come il re avea loro comandato. Costui istava fermo, né per questo non si mutava a veruna cosa di peccato, e molto face' buona vita secondo loro usansa. Ora era tanto tempo istato in casa ch'egli non avea mai veduto veruno morto né alcuno malato; il padre si vollé uno dí cavalcare per la terra con questo suo figliuolo. E cavalcando loro, il figliuolo si ebbe veduto uno uomo morto che si portava a sotterare ed avea molta gente dietro. E 'l giovane disse al padre: "Che fatto è questo?". E 'l re disse: "Figliuolo, è uno uomo morto". E quegli isbigotío tutto, e disse al padre: "Or muoiono tutti li uomini?". E 'l padre disse: "Figliuolo, sí". E 'l giovane non disse piú nulla, ma rimase molto pensoso. Andando uno poco piú inanzi, e que' trovarono uno vecchio che non potea andare, ed era sí vecchio ch'avea perduti i denti. E questo donzello si ritornò al palagio, e disse che non volea piú istare in questo malvagio mondo, da che li convenía morire o divenire sí vecchio che li bisognasse l'aiuto altrui; ma disse che volea cercare Quello che mai no moría né invecchiava, e Colui che l'avea criato e fatto, ed a lui servire. Ed incontanente si partío da questo palagio, e andossine in su questa alta montagna, ch'è molto divisata dall'altre, e quivi dimorò poscia tutta la vita sua molto onestamente; che per certo, s'egli fosse istato cristiano battezzato, egli sarebbe istato un grande santo appo Dio. A poco tempo costui si morío, e fue recato dinanzi al padre. Lo re, quando il vide, fue lo piú tristo uomo del mondo; e imantanente sí fece fare una statua tutta d'oro a sua similitudine, ornata di pietre preziose, e mandò per tutte le genti del paes' e del suo reame, e fecelo adorare come fosse idio. E disse che questo suo figliuolo era morto 84 volte, e disse che quando moríe la prima volta diventò bue, e poscia morío e diventò cane. E cosí dicono che morío 84 volt'e tuttavia diventava qualche animale, o cavallo od uccello od altra bestia; ma in capo dell'ottantaquattro volte dicono che morío e diventò idio. E costui ànno l'idolatri per lo migliore idio che egli abbiano. E sappiate che questi fue il primo idolo che fosse fatto, e da costui sono discesi tutti l'idoli. E questo fue nell'isola di Seila in India. E sí vi dico che gl'idolatori dalle piú lontane parte vi vengono in pelligrinaggio, siccome vanno i cristiani a San Iacopo in Galizia. Ma i saracini che vi vengo in peligrinaggio, dicono ch'è pure il munimento d'Adamo; ma, secondo che dice la Santa Iscrittura, il munimento d'Adamo si è in altra parte. Ora fu detto al Grande Kane che in su questa montagna era lo corpo d'Adamo, e li denti suoi e la scodella dov'elli mangiava. Pensò d'avere li denti e la scodella: fece ambasciadori e mandògli al re dell'isola di Seila a dimandare queste cose. E il re di Seila le donò loro: la scodella era d'un proferito bianco e vermiglio. Gli ambasciadori tornarono e recarono al Grande Kane la scodella e due denti mascellari, i quali erano molti grandi. Quando il Grande Kane seppe che questi ambasciadori erano presso a la terra ov'egli dimorava e che veníano con queste cose, fece mettere bando che ogni uomo e tutti gli aregolati andassero incontro a quelle reliquie, ché credea che veracemente fossero d'Adamo; e questo fue nel 1284. E fue ricevuta questa cosa in Ganbalu con grande reverenzia; e trovossi iscritto che quella iscodella avea cotale vertú, che mettendovi entro vivanda per uno uomo solo, n'aveano assai cinque uomini; e 'l Grande Kane il provò, e trovò ch'era vero. Ora udirete della città di Caver.
Della città di Caver
Caver è una città nobile e grande; ed è d'Asciar, del primo fratello de li 5 re. E sapiate che a questa città fanno porto tutte le navi che vegnono verso ponente, cioè di Curimasa e di Quisai e d'Arden e di tutta l'Arabia, cariche di mercatantia e di cavalli; e fanno qui capo perch'è buono porto. E questo re è molto ricco di tesoro, e suo tesoro si è molte ricche pietre preziose. Suo regno tiene bene, e spezialment' e' mercatanti che vengono d'altra parte; e perciò vi vanno piú volontieri. E quando questi 5 fratelli re pigliano briga insieme e vogliono combattere, la madre, ch'è ancora viva, sí si mette in mezzo e pacíficagli; quando ella non puote, sí piglia uno coltello e dice che s'ucciderà, e taglierassi le poppe del petto "dond'i' vi diedi lo mio latte". Alora i figliuoli, per la pietà che fa la madre loro, e' proveggono ch'è il meglio: sí fanno pace. E questo è divenuto per piú volte; ma, morta la madre, non fallirà che non àbiaro briga insieme. Partimoci di qui, ed andamo nel reame di Coilun.
Del reame di Coilun
Coilun si è uno grande reame verso garbino, quando l'uomo si parte di Mabar e va 500 miglie. E tutti sono idolatri, e sí v'à di cristiani e giudei; e ànno loro linguaggio. Qui nasce i merobolani embraci e pepe in grande abondanza, che tutte le campagne e i boschi ne sono pieni; e tagliansi di maggio e di giugno e di luglio. E gli àlbori che fanno il pepe sono dimestichi, e piantansi ed inàcquarsi. Qui à sí grande caldo ch'a pena vi si puote soferire, che se toglieste uno uovo e metesselo in alcuno fiume, non andresti quasi niente che sarebbe cotto. Molti mercatanti ci vengono di Mangi e d'Arabia e di levante, e recano e portano mercatantia co loro navi. Qui si à bestie divisate dall'altre, ch'egli ànno lioni tutti neri e papagalli di piú fatte, che vi n'à di bianchi, ed ànno i piedi e 'l becco rosso, e sono molto begli a vedere; e sí v'à paoni e galline piú belli e piú grandi de' nostri. E tutte cose ànno divisate dalle nostre, e non ànno niuno frutto che s'assomigli a' nostri. Egli fanno vino di zucchero molto buono. Egli ànno grande mercato d'ogni cosa, salvo che non ànno grano né biada, ma ànno molto riso. E sí v'à molti savi astrolagi. Questa gente sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignudi, se no se tanto che si ricuopre loro natura con uno bianco panno. Costoro non ànno per peccato veruna lussuria, e tolgono per moglie la gugina e la matrigna, quando il loro padre si muore, e la moglie del fratello: cotale è il loro costume, come avete inteso. Partimoci quinci, ed andamo nelle parti d'India, in una contrada che si chiama Comacci.
Della contrada di Comacci
Comacci si è in India, da la quale contrada si può vedere alcuna cosa della tramontana. Questo luogo non è molto dimestico, ma sente del salvatico. Qui si à molte bestie salvatiche di diverse fatte e fiere. Partimoci di qui, ed entramo nel reame d'Eli.
Del reame di Eli
Eli si è uno reame verso ponente, ed è di lungi da Comacci 300 miglie. Qui si à re e sono gente idolatri; e' non fanno trebuto a veruna altra persona. Questo reame non à porto, salvo ch'àe uno grande fiume, il quale àe buone foci. Qui si nasce pepe e gengiove e molti ispezierie. Lo re si è ricco di tesoro, ma no di genti. L'entrata del reame è sí forte ch'a pena vi si puote intrare per fare male. E se alcuna nave capitasse a queste foci, s'ella non venisse prima a la terra, sí la pigliano e tolgogli ogni cosa e dicono: "Dio ti ci mandò perché tu fossi nostra"; né non ne credono avere peccato. E cosí aviene per tutte le province de l'India. E se alcuna nave vi capita per fortuna, sí è presa e tolto ogne cosa, salvo a quelle che capitano ad alcuna terra primamente. E sappiate che le navi di Mangi vi vengoro la state, e quelle d'altra parte, e si caricano in 3 o 4 dí o infino in 8 dí, e vannosene il piú tosto che possono, perciò che non à buono porto, ed èvi molto pauroso lo stare per le piagge che vi sono e per lo sabione. Vero è che le navi di Mangi non temono tanto per le buone ancore de legno, ch'a tutte le fortune tengono bene loro navi. Egli ànno leoni ed altre bestie assai, cacciagioni e uccellagioni assai. Partimoci di qui, e diròvi di Melibar.
Del reame di Melibar
Melibar è uno grandissimo reame, ed ànno re e loro linguaggio. No rendono trebuto a niuna persona, e sono idolatri. Di questo paese si vede piú la tramontana. E d'un altro paese che v'è allato, ch'à nome Gofurat, ed esce bene ogni die ben 100 navi di corsali, che vanno rubando tutto il mare; e menano co loro le mogli e i fanciulli, e tutta la state vi stanno in corso e fanno grande danno a' mercatanti. E' partonsi, e sono tanti che pigliano ben 100 miglie e piú del mare, e fannosi insegne di fuoco, sicché veruna nave non può passare per quello mare che non sia presa. Li mercatanti, che 'l sanno, vanno molti insieme e bene armati, sí che non ànno paura di loro, e danno loro malaventura piú volte, ma no per tanto che pure si ne pígliaro. Ma non fanno altrui male, se non ch'elli rubano e tolgono altrui tutto l'avere, e dicono: "Andate a procacciare dell'altro". Qui si à pepe e gengiove e canella e turbitti e noci d'India e molte ispezie, e bucherame del piú bello del mondo. Li mercatanti recano qui rame, drappi di seta e d'oro e d'ariento, garofani e spigo, perch'elli non n'ànno; qui si vengono i mercatanti di Mangi e portansi queste mercatantie per molti parti. A dirvi di tutte le contrade del paese sarebbe troppo lunga mena; diròvi del reame di Gufurat, e di loro maniera e costumi.
Del reame di Gufurat
Gufurat è uno grande reame, ed ànno re e linguaggio per loro. E' sono gente idolatri, e non fanno trebuto a veruno segnore di mondo. E sono li peggiori corsari che vadano per mare e' i piú maliziosi, ché quando e' pigliaro alcuno mercatante, sí li danno a bere i tamerindi co l'acqua salsa per farli andare a sella, e poscia sí cercano l'uscita, se lo mercatante avesse mangiato perle od altre care cose, per ritrovarle. Ora vedete se questa è bene grande malizia: ché dicono che li mercatanti sí le trangugiano quando sono presi, perché no siano trovate da' corsari. In questo paese si à pepe e gengiove asai e bambagia, ch'egli ànno àlbori che fanno la bambagia molto grandi, che sono alti bene 6 passi ed ànno bene 20 anni. Ma quando sono cosí vecchi, non fanno buona bambagia da filare, ma fassine altre cose; da 12 anni infino in 20 si chiamano vecchi. Qui si conciano molte cuoia di becco e di bue e d'unicorni e d'altre bestie, e fassine grandi mercatantie e forniscosene molte contrade. Partimoci di qui, andamone in una contrada che si chiama Tana.




